Mentana, ripartire dal futuro contro sovranismo e razzismo


Mala tempora currunt”. Letteralmente: corrono brutti tempi. È questa l’espressione scelta da Enrico Mentana, in apertura del suo intervento in occasione del 17° Incontro Nazionale di Emergency, per descrivere l’attuale situazione socio-politica italiana, ma anche europea e mondiale, caratterizzata dall’affermarsi di forze politiche sovraniste, anti-immigrazione e in alcuni casi dichiaratamente razziste. Tuttavia, a differenza di Cicerone (la seconda parte della citazione latina sarebbe “sed paiora parantur”, “ma se ne preparano di peggiori”), secondo il direttore del Tg La7 c’è ancora speranza per il futuro.

Da Donald Trump negli Stati Uniti a Viktor Orban in Ungheria, passando per Matteo Salvini e le manifestazioni della destra filo-nazista in Germania, sono molti gli esempi a livello mondiale di questa ondata sovranista, oscurantista e spesso razzista. Non ultimi, i risultati delle elezioni in Svezia – da sempre esempio di successo della socialdemocrazia, del welfare che accompagna il cittadino “dalla culla alla tomba” – dove l’ultradestra xenofoba è arrivata a sfiorare il 18 per cento dei consensi.

Siamo nel mezzo di un tornante della storia”, spiega il giornalista. Quello che potrebbe voler dire è che stiamo entrando in un’epoca che, per usare le parole del sociologo tedesco Oliver Nachtwey*, “rappresenta la negazione dell’immagine che il mondo occidentale ha di se stesso, costituito da società dell’autocontrollo, in cui le forze del progresso sociale, che vi dimorano stabilmente, promuovono ricerca, equità e integrazione”. Sfioriscono infatti, sotto i nostri occhi, i valori dell’accoglienza, della solidarietà, dell’uguaglianza di opportunità.

La perdita di sovranità economica spinge ovunque a enfatizzare la sovranità culturale.

Non a caso, il leitmotiv di quasi tutte le campagne elettorali di successo degli ultimi anni è stato quello della lotta all’immigrazione, dello “stop all’invasione”. Una tendenza non solo italiana, sulla quale bisognerebbe interrogarsi in termini globali. Da dove nasce questa rabbia? Quali fattori hanno contribuito a farla emergere? “Perché Soros è diventato l’uomo nero?”, si chiede Mentana. Le risposte, dal suo punto di vista, vanno ricercate in due diverse crisi affrontate dal mondo occidentale nel corso degli ultimi decenni.

La prima è quella della democrazia. Quando nel 1946 in Italia vinse la Repubblica, infatti, la democrazia era considerata il luogo della dialettica tra le varie forze politiche, del confronto tra le diverse opinioni. “Oggi non è più così. La democrazia è considerata uno ‘stato di natura’ (non ci si ricorda che è nata dall’assenza di libertà!) […] per cui chi ha la maggioranza governa e gli altri rosicano”. I partiti, poi, nella costante e cieca ricerca del consenso, si sono allontanati progressivamente dalle ideologie, diventando l’uno copia dell’altro.

Ciò ha portato, secondo Mentana, a una ridotta capacità di elaborazione della realtà da parte delle forze politiche, manifestatasi in modo evidente durante la crisi economica del 2007. “È stata vissuta come un’ingiustizia che la politica non ha saputo né prevenire, né governare”.

Risultato: rabbia, rancore, risentimento. Sentimenti che l’opinione pubblica ha poi sfogato altrove: “Come spesso accade, com’era accaduto negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, soprattutto verso i diversi”.

Come teorizza l’antropologo statunitense Arjun Appadurai**, infatti, “la perdita di sovranità economica spinge ovunque a enfatizzare la sovranità culturale”. Si pensi, per esempio, al nostro Ministro dell’Interno che si scandalizza per le centinaia di persone in fila all’apertura di Starbucks a Milano o alle bandiere italiane fatte sventolare dai militanti di Casa Pound davanti al centro di accoglienza di Rocca di Papa.

L’unica strada è puntare sulle nuove generazioni.

Circola un odio aperto, e sentimenti pericolosi, fantasie violente”, scrive Nachtwey*, “e persino desideri omicidi vengono espressi con grande leggerezza”. Questo processo di decivilizzazione regressiva, come lo definisce il sociologo tedesco, si accompagna infatti a una riduzione del controllo dell’emotività e della capacità di pensiero a lungo termine. “Si parla molto di questo concetto del presentismo”, spiega Mentana. “La sinistra non sa più parlare del presente, mentre gli altri parlano solo del presente: ‘ho paura quindi voglio più sicurezza, meno migranti’. Nessuno parla più del futuro”.

Proprio dal futuro, invece, bisognerebbe ripartire.L’unica strada è puntare sulle nuove generazioni”, spiega il giornalista. La sua speranza è quella di veder nascere un grande movimento giovanile, incentrato sul tema del lavoro, che riporti in auge quegli ideali di accoglienza e solidarietà che fino a qualche anno fa erano considerati normali. “Ci vogliono facce nuove, idee nuove, contenitori nuovi”, esorta.

In questo senso sembra quindi che il direttore di Tg La7 voglia, con il suo nuovo progetto editoriale annunciato qualche mese fa, dare l’esempio . Questo, infatti, sarà costituito da una testata online a cui lavoreranno solo giornalisti nelle prima fasi della propria carriera. “Il futuro appartiene ai giovani, a loro spetta cercarlo, a loro spetta iniziare la battaglia, portarla avanti, esserne protagonisti”, conclude.“Bisogna avere il coraggio, chi è meno giovane, di farsi da parte”.

*O.Nachtwey (2017), Decivilizzazione. Sulle tendenze regressive nelle democrazie occidentali. In “La Grande Regressione”, pagg. 161-173; Feltrinelli: Milano.

**Appadurai A (2017), L’insofferenza verso la democrazia. In “La Grande Regressione”, pagg. 17-29; Feltrinelli: Milano.


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