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Photo by atomicules / CC BY-NC-ND

Matthew Caruana Galizia: mia madre e il giornalismo contro il potere corrotto


Il 16 ottobre 2017 la giornalista maltese Daphne Caruana Galizia è salita a bordo dell’auto presa a noleggio: dopo pochi minuti una bomba, nascosta sotto il sedile, è esplosa. Al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, il figlio Matthew Caruana Galizia ha raccontato per la prima volta la storia di sua madre e della sua famiglia, rivolgendosi in particolare ai tutti quei giornalisti costantemente minacciati e attaccati per il loro lavoro di inchiesta e per il loro ruolo di watchdog, di guardiani della verità, che è valso a quattro di loro la copertina di “persona dell’anno” del Time lo scorso anno.

Daphne Caruana Galizia era una giornalista che non si lasciava intimidire: ha lavorato trent’anni come colonnista per alcuni grandi giornali. È stata la prima colonnista donna a Malta e la prima a firmare i suoi pezzi. Aveva 25 anni quando si iniziò a parlare di lei. “Con il suo lavoro ha fatto crollare molte barriere. Scriveva di cose di cui i lettori non avevano mai letto, come l’influenza della chiesa cattolica sulla società e sulla politica, l’ipocrisia di molti funzionari pubblici. Investigava sui neonazisti, su traffici di droga e di armi, sul Presidente, sui ministri, sui giudici”, ha spiegato Matthew Galizia.

Daphne scriveva di tutto ciò che la indignava, in particolare le azioni del governo sui richiedenti asilo, sulla distruzione del paesaggio maltese, sull’abuso di potere pubblico per fini privati, sull’atteggiamento misogino. “Quella maltese è una società fortemente conservatrice: per questo i suoi articoli hanno fatto arrabbiare molte persone. Io e mio fratello siamo sempre stati abituati a vivere in un contesto in cui si parlava molto di nostra madre: ne parlava male la stampa, il Parlamento la criticava”.

La situazione è diventata sempre più tesa dal 2008 in poi, quando Daphne ha deciso di aprire il Running Commentary, un blog in cui poteva scrivere e parlare liberamente, senza i condizionamenti degli editor. In un paese di circa 475 mila persone, il suo sito riceveva oltre 400 mila visite al giorno, superando il milione durante la campagna elettorale.

Quella maltese è una società fortemente conservatrice: per questo i suoi articoli hanno fatto arrabbiare molte persone.

È proprio in quegli anni che sono iniziate le intimidazioni: il suo volto iniziò a comparire su tutti i canali propagandistici mentre le pressioni continuarono in un crescendo di violenza. Le squarciarono più volte le gomme dell’auto, la querelarono più volte (circa quaranta), drogarono e uccisero i suoi cani, minacciarono di morte lei e la sua famiglia. “Era come vivere in una zona di guerra”, ha spiegato Paul Caruana Galizia in un recente articolo su Tortoise.

Nessuno le credeva, nemmeno i suoi colleghi. Glenn Bedingfield, giornalista ed ex deputato europeo maltese, creò un blog con il solo scopo di molestare Daphne. La chiamavano strega, puttana. Il Ministro dell’Economia arrivò a convincere la corte a congelare il suo conto in banca. Quando il Consiglio d’Europa chiese spiegazioni in merito, la risposta arrivò senza farsi attendere: Daphne Caruana Galizia è una blogger che incita all’odio. Negli ultimi anni la situazione si era aggravata a tal punto che Daphne non si sentiva a suo agio nemmeno a uscire di casa: arrivò a noleggiare le auto, come quella su cui viaggiava quando è esplosa la bomba.

La situazione è drasticamente peggiorata quando, nel 2016, vennero pubblicati i Panama Papers, gli 11,5 milioni di documenti che rivelano informazioni su oltre 214 mila società offshore, e le identità di azionisti e manager, compresi funzionari pubblici, che nascondevano i loro soldi dal controllo statale. Al progetto presero parte circa 400 giornalisti provenienti da più di 80 paesi diversi. Daphne era una di loro.

Non credevo potessero negare tutto nonostante le evidenze.

“Il fatto che ci fosse un certo livello di corruzione nei governi era sotto gli occhi di tutti”, ha spiegato Matthew. “Abbiamo messo queste evidenze nelle mani di tutti ma non ci aspettavamo che ci sarebbero state così tante ripercussioni contro i giornalisti. Con la pubblicazione dei Panama Papers pensavo che avremmo fatto un passo avanti verso la giustizia. Pensavo che queste persone sarebbero state arrestate, ma questo non è accaduto, anzi. Nel governo sono diventati tutti piuttosto offensivi e si sono schierati contro di noi. Non credevo potessero negare tutto nonostante le evidenze. È in quel momento che ci siamo resi conto che tutte le istituzioni erano coinvolte. Abbiamo creduto che la polizia, l’intelligence, la giustizia sarebbero stati presenti, abbiamo dato per scontato che avrebbero fatto il loro lavoro. In realtà non stavano facendo nulla, anzi, erano loro complici, li aiutavano a nascondere le prove”.

Matthew Caruana Galizia temeva che sarebbe successo qualcosa a sua madre, ma allo stesso tempo ha ammesso che in quel periodo cercava di non pensarci, perché nessun giornalista era mai stato ucciso a Malta. “Nessuno poteva pensare che avrebbero messo una bomba nell’auto di mia mamma. Ma quando ho sentito l’esplosione non ero affatto sorpreso. È stato un grande shock, ma ho capito immediatamente di cosa si trattava, perché in fondo sapevo che prima o poi sarebbe successo.

A Malta l’unica giornalista a essere stata uccisa è Daphne Caruana Galizia. Come lei, però, tanti altri giornalisti in tutto il mondo sono stati assassinati per il loro lavoro di indagine. Secondo il rapporto annuale di Reporters sans frontiéres (Rsf), nel 2018 si sono registrate 80 morti in tutto il mondo, tra giornalisti professionisti e non. Se si prendono in considerazione i dati a livello mondiale dal 1992 al 2018, i giornalisti uccisi sono 856, di cui 107 solo in Europa.

Dopo la morte di sua madre, Matthew Caruana Galizia ha studiato alcuni di questi casi e ha capito che, in tutti, le dinamiche sono sempre le stesse. “Mia mamma mi parlava molto di Anna Politkovskaja e di Boris Nemtsov. Come nei loro casi, anche a Malta, pochi mesi dopo l’omicidio di mia madre, alcuni criminali di basso livello sono stati arrestati, colpevoli di essere gli esecutori materiali dell’omicidio. Per il governo di Malta il caso era risolto. Per noi, invece, non lo era affatto (…) È allora che abbiamo iniziato a parlare con i giornalisti di tutto il mondo per raccontare la nostra storia storia e le storie su cui mia madre stava lavorando”.

In quel momento ho capito che noi avevamo vinto e loro avevano perso.

Dopo averlo vissuto sulla propria pelle, Matthew ha voluto rivolgersi a tutti i reporter che si sentono minacciati per la storia che stanno raccontando. Ha spiegato quanto sia importante collaborare con gli altri giornalisti e non isolarsi; ha sottolineato l’importanza di avere le prove di quello che si sta facendo, partendo dalle comunicazioni scritte con chi sta al potere; ha incoraggiato a rivolgersi anche agli organismi sovranazionali, ma soprattutto di parlarne il più possibile pubblicamente, perché mantenere un profilo basso porta solo a dimenticare più rapidamente.

Secondo Matthew Caruana Galizia, quella che stiamo vivendo oggi è una crisi della rule of law, in cui i governi cercano di indebolire il dibattito dell’opinione pubblica, di pilotarne l’attenzione per nascondere il grave abuso di diritti umani, per mascherare e preservare la corruzione, garantendo l’impunità. La soluzione sta quindi nel formare il dibattito pubblico, che non deve concentrarsi solo su questioni ideologiche. Prima di tutto è necessario dibattere sui problemi strutturali, in cui c’è solo un giusto e uno sbagliato. Solo dopo si può discutere su ciò che è di destra o di sinistra.

Io sono fiero di mia mamma perché l’unica cosa che l’ha fermata è una bomba. Non c’era e non c’è stato altro modo”. E ha concluso: “In quel momento ho capito che noi avevamo vinto e loro avevano perso, perché tutto il mondo poteva vedere di chi erano le responsabilità. Non possiamo riportare in vita mia mamma, ma dobbiamo assicurarci che nulla di tutto questo ricapiti, che cambi la cultura del nostro paese e dell’Europa intera”.

Daphne Caruana Galizia non è morta nel campo d’erba secca dove si è fermata l’auto carbonizzata, quel 16 ottobre del 2017. Ha continuato a vivere in The Daphne Project, un progetto editoriale condiviso realizzato grazie a un gruppo di 45 giornalisti di 18 testate diverse che portano avanti il suo lavoro.

Qui il video dell’intervento di Matthew Caruana Galizia al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.


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