La Leopolda dopo il 4 marzo


Siamo quelli che restano. Quelli che hanno i sogni come fari. Quelli che barcollano, che sbattono contro il muro. È accaduto, riaccadrà. Ma siamo quelli che continuano ad andare avanti per rappresentare una speranza per la propria vita e quella degli altri. Questa è la Leopolda”. Queste sono le prime parole di Matteo Renzi, nel suo discorso di chiusura della Leopolda, giunta ormai alla nona edizione.

Per tre edizioni della Leopolda siamo stati al governo. Siamo stati per tre edizioni il governo. Siamo stati per altre tre edizioni l’opposizione. Registrando il doppio delle presenze dello scorso anno, io dico che l’opposizione fa bene alla Leopolda. Ma fa un po’ male al paese”.

Quello di quest’anno infatti non è un convegno qualsiasi. È la Leopolda del post 4 marzo: una data simbolo che ha decretato la sconfitta di un partito che, seppur al secondo posto, ha raggiunto il minimo storico dei consensi (18 per cento) diviso da troppi conflitti interni e da una leadership ancora troppo indefinita.

L’opposizione fa bene alla Leopolda. Ma fa un po’ male al paese.

Sul palco della stazione Leopolda si vedono la macchina del tempo di Ritorno al Futuro, un vecchio distributore di benzina, dei copertoni. Renzi, interrotto da molteplici ovazioni del pubblico, ha condotto un discorso intenso, appassionato, spesso alzando la voce e scatenando il pubblico in sala. Nonostante il risultato delle elezioni, nonostante la figura di Renzi goda di sempre minore fiducia tra gli italiani (si stima attorno al 12-15 per cento), nonostante la campagna d’odio condotta, secondo l’ex presidente, contro il partito democratico negli ultimi mesi, i numeri della Leopolda continuano a crescere.

Non si risponde all’odio con l’odio perché l’odio è un boomerang clamoroso che gli tornerà in faccia. Chi vive di odio vive una stagione, crea un clima ma ne paga le conseguenze. Noi, a questa mistificazione costante, rispondiamo con i fatti, con i numeri e la realtà ma non ci mettiamo nella lotta del fango, proviamo a raccontare quello che abbiamo noi nella mente e nel cuore. Proviamo a raccontare perché noi siamo un’altra cosa rispetto a questi”, riferendosi a Salvini e Di Maio. “Di questi tempi è importante non perdere l’abitudine a ragionare, a non cedere al rancore, alla rabbia e all’ideologia, neanche nel momento più difficile”.

Quasi come a voler dire “ve l’avevo detto” Renzi racconta il suo post 4 marzo, e il perché della decisione di non entrare a far parte della squadra di governo. “C’è un leader solo quando c’è un popolo e c’è un popolo solo quando ci sono dei leader. L’idea di fare solo popolo o solo leader porta alla sconfitta della politica. Io ho rappresentato un pezzo di popolo importante in quel momento”, riferendosi all’intervista a “Che tempo che fa” in cui aveva escluso categoricamente un governo con i pentastellati. L’ex presidente sostiene che la rinuncia del partito democratico abbia contribuito a salvare la politica italiana e il paese da “un’immensa operazione populista”, voluta da un disegno culturale preciso che non si ferma solo al Belpaese ma che riguarda l’Europa intera.

Dal populismo ai suoi leader, Renzi corre dritto come un treno, scagliandosi contro Di Maio e Salvini. Nei tre giorni non sono mancate le battute sui due ministri: ha scherzato sui congiuntivi di Di Maio e sui rimborsi della Lega, i 49 milioni di euro che Salvini potrà pagare in “78 comode rate e che finirà di restituire alla Leopolda n.87”. Ma non si è trattato di solo spettacolo. Dalle parole di Renzi emerge ancora la ferita della sconfitta al referendum, forse ancora più grave e più sentita di quella elettorale. Si è tolto quindi gli ultimi sassolini nella scarpa, senza tralasciare nessuno. “Fin dall’inizio del mio governo, pezzi importanti dell’establishment hanno sostenuto le opposizioni, nel tentativo di saldare populismo e populisti. Gli autorevolissimi giuristi che improvvisamente si sono innamorati del Cnel oggi stanno zitti di fronte agli attacchi inferti ai magistrati; stanno zitti di fronte alla delegittimazione dell’opposizione; stanno zitti di fronte a un governo che non riesce nemmeno a fare un decreto”.

Il pubblico si scatena quando l’ex Presidente prende in causa anche i “compagni di strada”, quei colleghi di partito che l’hanno criticato per la sua personalità. C’è chi si alza in piedi, chi applaude, chi urla, chi ride: “Questi compagni non hanno avuto niente da dire sul carattere fin tanto che, grazie a quel carattere, stavano a fare i ministri, ad avere responsabilità. All’improvviso però, quando è finito tutto, si sono accorti che il problema era il mio carattere (…) E non si tratta neanche di personalizzazione del partito perché così abbiamo preso il 40%. Con la spersonalizzazione, invece, abbiamo raggiunto il 18%. C’è bisogno di leader e popolo. Basta polemiche interne”.

Il problema dell’Italia non è l’immigrazione, è la legalità.

Non sono mancati i riferimenti all’operato del governo, in particolare al tema del lavoro. “Scommettere nell’assistenzialismo (introducendo i sussidi, ndr) e non sul lavoro significa privare il cittadino della dignità, della possibilità di essere cittadino a tutti gli effetti, di dimostrare quello che vale: loro hanno tolto i soldi dalle periferie per darli a chi un lavoro non ce l’ha (…). Bisogna creare il lavoro perché le aziende stanno portando i soldi all’estero. In attesa di capire se Salvini e Di Maio vogliono uscire dall’euro, gli euro stanno uscendo dall’Italia”.

Partendo dal reddito di cittadinanza, fino ad arrivare alla questione dei negozi chiusi la domenica, Renzi delinea la figura di uno stato padrone che incide fortemente nella vita dei cittadini. Uno stato che cancella la parola legalità dai suoi principi: “Il condono è come dire che se hai pagato le tasse sei scemo. Non c’è legalità, c’è condono fiscale: Beppe Grillo ha fondato una carriera sull’essere pagato in nero. E poi c’è il condono edilizio di Ischia, è il quarto condono in vent’anni a Ischia, non c’è una manina, ma una manona su Ischia. Perché non c’è un giornalista d’inchiesta che si chieda perché a Ischia c’è questa insistenza di Luigi di Maio? Il problema dell’Italia non è l’immigrazione, è la legalità”.

Lancia un monito al governo, mettendo in guardia Salvini e Di Maio sulla pericolosità delle misure che stanno adottando. L’apertura dei mercati dopo il declassamento dell’Italia da parte dell’agenzia Moody’s, e l’attesa decisione della Commissione Europea sulla legge di bilancio sono i principali scogli che l’Italia dovrà affrontare questa settimana, in un clima di profonda incertezza. “I mercati non sono degli gnomi brutti, sono coloro che ti danno o non ti danno le risorse per poter vivere. Può piacere o meno. Ma fermatevi, bloccate legge bilancio, abbassate il deficit, seguite la controproposta di Padoan”.

Renzi ricorda ancora una volta l’importanza di un’Europa unita contro i nazionalismi che stanno portando alla disgregazione di un’istituzione che ha consentito di raggiungere ormai 70 anni di pace. “Il futuro dell’Italia in Europa non è fare la lotta a Emmanuel Macron. Io voglio fare la guerra a Orbán che vuole alzare i muri dopo aver preso i soldi dell’Unione Europea, quindi del contribuente italiano e francese, per risollevare l’Ungheria. Io voglio combattere in Europa a fianco di chi vuole fare l’Erasmus, non di chi vuole mettere il filo spinato. Identità è una parola positiva. Il contrario non è chiusura ma disgregazione culturale, è distruggere ciò che ci tiene insieme”.

Identità è una parola positiva. Il contrario non è chiusura ma disgregazione culturale, è distruggere ciò che ci tiene insieme.

Verso la fine arriva un attacco duro, forte, che forse in sala nessuno si aspettava: Renzi si scaglia dritto contro il presidente della Rai Marcello Foa mettendo in dubbio la legittimità della sua nomina. “La resistenza culturale passa dal chiamare le cose con il loro nome. Ieri il Presidente della Rai ha detto a un giornale israeliano che gli eurodeputati del Partito Democratico sono finanziati da George Soros. Il Presidente della Rai è un bugiardo: è una fake news vivente (…) Chiedo ai parlamentari del PD a Strasburgo e a Bruxelles di denunciarlo, domani mattina, per calunnia e diffamazione. Stiamo chiedendo da settimane che facciano vedere le schede della sua elezione. Abbiamo ragione di credere che le schede siano state segnate. Chiedo alla presidente Casellati e al presidente Fico: se avete a cuore i principi di trasparenza di lavori parlamentari dovete aprire quelle schede e far vedere che ci sono dei segni sull’elezione di Foa. È uno scandalo senza precedenti nella storia dell’informazione italiana. Neanche Berlusconi era arrivato a tanto. Vergognatevi”.

Conclude il suo discorso con uno sguardo verso il futuro a bordo di quell’auto che sta sul palco della Leopolda, alle sue spalle: quella macchina è fatta per percorrere luoghi dove le strade non sono ancora tracciate. Lo stesso vale per il PD di Renzi: “Le strade vanno battute, vanno tracciate. Noi siamo quelli che restano ma che si rimettono in cammino per non lasciare l’Italia ai cialtroni, ai bugiardi, a coloro che la vogliono distruggere“.


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