L’umanità è scomparsa


La Libia è un luogo dove l’umanità è scomparsa.

Queste parole sono di Adam, un ragazzo di 18 anni arrivato in Italia dall’Eritrea dopo essere sopravvissuto a seimila chilometri di cammino attraverso il deserto, i campi di tortura libici, il Mediterraneo.

Come lui ogni anno migliaia di persone rischiano la vita per sfuggire alla fame, conseguenza del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, ma anche alla guerra e alle dittature. Dal 2014 a oggi sono sbarcati in Italia 650 mila migranti e sono morte in mare almeno 14.744 persone. A loro, “ai sommersi e ai salvati”, è dedicato L’umanità è scomparsa. Sulle rotte migratorie del XXI secolo, il libro di Medici per i diritti umani (Medu) edito dal Pensiero Scientifico Editore. È una narrazione corale, opera di 13 medici, psicologi e mediatori culturali, che diventano scrittori per raccontare l’incontro con centinaia di uomini, donne e bambini migranti sopravvissuti alle violenze e alle atrocità delle rotte migratorie del XXI secolo.

Cara anima, che stai con me sull’altra riva, lascia che ti racconti quel che mi è successo. Arriva un momento in cui ogni generazione scopre che Dio è morto. Oppure che l’umanità è scomparsa, che forse è la stessa cosa. (Alberto, coordinatore di Medu)

Per noi questo libro è importante per dire che sta avvenendo una sorta di silenzioso olocausto. Io personalmente penso al film Schindler’s List, alla scena in cui l’ufficiale tedesco spara sugli internati. Mi sembrava qualcosa di lontanissimo, ma purtroppo in quello che noi ascoltiamo da uomini, ragazzi, donne e bambini, ci sono dei racconti che gli si avvicinano”. È iniziata così, con queste parole di Alberto Barbieri, coordinatore di Medu, la presentazione del libro alla sala Stampa Estera a Roma lo scorso 11 dicembre.

Alberto si è poi soffermato sulla complessità del problema di una crisi migratoria del tutto inedita, lontana per numeri e violenze dalle precedenti migrazioni. È la diretta conseguenza delle problematiche di un mondo sempre più in difficoltà: il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici, i disequilibri economici, la crescita demografica, i conflitti sociali, politici, economici e religiosi. “Per provare a risolvere il problema, è necessario prima di tutto riconoscerne la complessità”, conclude.

L’umanità sta naufragando ma, forse, possiamo ancora soccorrerla. (Flavia, psicologa e psicoterapeuta)

Flavia, psicologa e psicoterapeuta che da agosto del 2015 al marzo del 2018 è stata coordinatrice in Sicilia del progetto On.To. di MEDU, racconta di come fosse forte l’esigenza di testimoniare le storie ascoltate. “Volevo ricordarmi le storie, gli occhi, ridare tridimensionalità a tutte le persone incontrate”. Alla fine del suo racconto, in cui cita più volte la fortezza Europa, Flavia fa anche una denuncia politica che quasi sempre condiziona il loro lavoro. “Lo stare con l’altro, aiutarlo, sapendo che poi per il decreto Salvini verrà mandato fuori dai circuiti di accoglienza, che non potrà più avere un luogo sicuro dove riprendere le forze, condizionerà molto l’operato dei clinici, dei medici, degli assistenti sociali”.

La storia scritta da Giulia è forse la più poetica. È la storia di Sambu, un ragazzo che ha subito una violenza sessuale in carcere e nel lungo viaggio verso una vita migliore ha perso un fratello, ucciso davanti a lui. Sono tante le storie come questa raccolte e raccontate nel libro, tutte diverse ma anche simili tra di loro. Sambu è il primo paziente che Giulia ha incontrato, che ricorda come “un ragazzo di 19 anni, tenerissimo, che sembrava ancora più piccolo, ma che mostrava uno sguardo così forte e resiliente che ha del miracoloso”.

Cerco di rispondere che è possibile un cambiamento di prospettiva, che è possibile cogliere nella perdita una bellezza collaterale. (Antonella, psicologa e psicoterapeuta)

In queste parole Antonella fa riferimento al costrutto della crescita post-traumatica, un costrutto su cui ormai lavora da tempo. Antonella racconta che un’esperienza traumatica come quella delle torture porta alla perdita delle proprie credenze di base, su di sé, sugli altri e sul mondo e che per questo nelle sue terapie cerca come prima cosa di promuovere la ricostruzione di nuove credenze. “Cerco di promuovere una fiducia del paziente verso sé stesso ma soprattutto verso l’altro. Lo faccio anche utilizzando l’arte, che è un modo per abbattere le barriere linguistiche”.

M ha un futuro ma nessuno sa quale sia. Ho tante domande, nessuna risposta e una sola certezza: M è un uomo alto due metri dall’incedere elegante e dalla ieratica postura. Ma, soprattutto, è un uomo. (Samuele, coordinatore di Medu in Sicilia)

Nelle pagine a sua disposizione, Samuele ha scelto di porre l’accento sui pazienti gravi, che sono circa il 5-10 per cento di quelli che arrivano. Per pazienti gravi intende soprattutto quelli a cui non riescono a dare risposte, perché poi il sistema si blocca. C’è chi, ad esempio, in condizioni di estrema vulnerabilità, è bloccato nel Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Mineo da due anni. “Quello che ho visto in questa storia è stato l’incontro tra un’umanità che non c’era più e le storie di persone che li hanno incontrati qui in Italia e che sono state chiamate a scegliere se tirare fuori una parte dell’umanità che era dentro di loro per aiutarli o fermarsi perché non era compito loro. Ho visto chi non si è arreso e chi l’ha fatto, chi ha usato la farmacoterapia per sedare e chi si è interessato e si è preso cura di loro”.

C’è chi ha scelto di raccontare una storia in prima persona, per lasciare intatta tutta la potenza della testimonianza. Adou Pepenké, pseudonimo scelto da un medico psichiatra e psicoterapeuta che lavora con MEDU dal 2014, riporta la storia del figlio di un re, dovuto fuggire dal suo villaggio, che oggi ha riscoperto sé stesso aiutando gli operatori di Medu nel Cara di Mineo. “Mi colpì per il suo modo di dire e di fare, che era molto codificato”, racconta Adou. “Si presentò in maniera orgogliosa con io ero il figlio di, come si fa in molte culture. Questo citare il padre mi colpì tantissimo”.

Il mio quarto compleanno l’ho festeggiato tra le mura di una prigione in Libia. La mamma dice che non era proprio una prigione, io però non sono mai stata in un posto come quello, era Brutto-forte. (Valentina, psicologa)

Anche Valentina racconta in prima persona la storia di Helen, una bambina arrivata in Italia con la mamma e la sorella piccola. Le sue impressioni, invece, Valentina le racconta durante la presentazione: “L’incontro con questa bimba è stato catartico per me, in un momento in cui si era molto intenti a discutere su dove dovessero andare i migranti, su quanto tempo dovessero rimanere sulla nave prima di sbarcare. L’incontro con Helen è come se avesse fermato il tempo, mi ha permesso di vedere le cose da un’altra prospettiva”.

La speranza è la motivazione del viaggio. La speranza di avere una vita migliore, di non sentirsi soggiogate da quel marito che sino a quel momento ha fatto il buono e il cattivo tempo, soggiogate dalla cultura in cui si è cresciute, dalla guerra, dalla famiglia, dal traffico. (Anna, psicologa e psicoterapeuta)

La Libia per una donna è una tragedia”, dice Anna appena prende la parola.La sua storia racconta le donne, per le quali, se possibile, i viaggi sono ancora più duri, perché vengono viste non come donne, ma come corpi di cui poter abusare. La maggior parte di loro subisce violenza sessuale, molte vengono picchiate, ad alcune viene ucciso il figlio davanti ai propri occhi. “Il mio racconto è molto frammentato perché volevo dare voci a più esperienze, a più volti, a più donne. Descrivo delle immagini perché spesso il trauma è così forte che non riescono nemmeno a narrarlo”.

Lo sbarco è quel posto in cui su un lettino tieni la mano a una donna sconosciuta come se fosse tua sorella. (Stefania, psicologa e psicoterapeuta)

Il libro lo trovate qui.


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