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Libia tra guerra e crisi umanitaria. Cosa succede al di là del Mediterraneo


È un buon generale colui che combatte le battaglie che sa di vincere”, scriveva Su Tzu nel famoso libro l’Arte della guerra. Forse quando il generale Khalifa Haftar ha deciso di lanciare la sua offensiva contro il governo di Fayez al Sarraj, pensava proprio di vincere senza incontrare troppi ostacoli sulla sua strada. Ma evidentemente qualcosa nei suoi piani è andato storto e a oggi, mentre continuano a susseguirsi gli aggiornamenti, la situazione in Libia rischia di degenerare ulteriormente tanto da prefigurare una vera e propria crisi umanitaria.

Sono passati ormai diversi giorni da quando il 4 aprile il generale Haftar ha annunciato con un messaggio vocale diffuso online la sua offensiva verso la capitale, controllata dal governo di “accordo nazionale” guidato da Al Sarraj (nella foto in alto). E i numeri parlano chiaro sui costi umani di questa operazione: attualmente gli sfollati sono 16mila e l’Organizzazione Mondiale per la Sanità fa sapere che almeno 147 persone sono morte e più di 600 sono state ferite durante il conflitto a Tripoli.

In questo momento i due schieramenti sembrano equivalersi e quella che si va delineando è una situazione sempre più stazionaria che rischia principalmente di sfiancare una popolazione già da anni vessata da un contesto estremamente instabile esploso alla morte di Mu’ammar Gheddafi nel 2011.

Il problema principale della difficile fase post-rivoluzionaria”, riporta la giornalista Francesca Mannocchi, intervenuta alla trasmissione radiofonica “Tutta la città ne parla” di Radio3, “è stato proprio quello di inglobare le milizie protagoniste della stagione rivoluzionaria. Questo tentativo è fallito da tutti i governi che si sono succeduti in questi anni, paradosso dopo il 2016 quando si è insediato il governo di Sarraj sostenuto dalla comunità internazionale è che queste milizie, anziché essere inglobate e arginate dal potere centrale son state cooptate per garantire la sicurezza del governo e in questo modo hanno aumentato il loro potere, potere corruttivo, intimidatorio, controllo di zone strategiche”.

È difficile fare chiarezza sulla presenza complessiva di migranti nel paese alcuni report parlano di 400 mila altri di 700 mila.

Il conflitto nella capitale sta ulteriormente aggravando la situazione all’interno dei centri di detenzione per migranti dove si trovano rinchiuse migliaia di persone: “al momento risulta dalle Nazioni Unite che nei centri di detenzione ci siano circa 5.800 persone tra cui 600 bambini”. In molti segnalano di non ricevere né acqua né cibo da diversi giorni e il caos che circonda la città gli ha consegnati a uno stato di paura e incertezza totali in cui chi può se ne approfitta.

È il caso dei trafficanti di esseri umani o delle milizie alleate di Serraj che reclutano forzatamente i detenuti o li costringono ai lavori forzati in cambio di qualche vettovaglia. A tutto questo va aggiunta una massiccia presenza straniera all’interno del paese che proprio a causa del conflitto potrebbe andare a ingrossare le fila di coloro che salpano alla volta dell’Europa attraverso il Mediterraneo o che si ritrovano bloccati all’interno della zona in guerra.

È difficile fare chiarezza sulla presenza complessiva di migranti nel paese alcuni report parlano di 400 mila altri di 700 mila. Preme sottolineare che la Libia è da sempre stata un porto di approdo lavorativo interno. Naturalmente ora molte di queste persone che avrebbero voluto tornare nei loro paesi di origine sono in realtà bloccati dai combattimenti che stanno attraversando la Libia”.

Per capire al meglio la situazione bisogna considerare che sullo scacchiere libico non si muovono soltanto i due attori protagonisti, Haftar e Serraj, ma un intricato sistema di relazioni internazionali che coinvolge anche altre potenze.

Sembra essere una guerra a bassa intensità ma va considerato che le economie delle due zone interessate sono profondamente intrecciate.

“La situazione è complessissima e non si può valutare soltanto dal punto di vista della conta delle milizie”, sostiene Arduino Paniccia, docente di studi strategici all’Università di Trieste, che prosegue: “In questo caso la vicenda della Francia dietro Haftar dimostra che si sta muovendo un interesse europeo (…) per cercare di stabilizzare la frontiera libica, avendo vicini un’Algeria piena di problemi, un Egitto pieno di problemi. In silenzio e con molto circospezione negli ambienti europei la vicenda è molto seguita”.

Infatti l’uomo forte della Cirenaica si è sempre presentato come l’eroe in grado di guidare l’unificazione della Libia e risolvere i suoi problemi. Forte dell’appoggio della Camera dei Rappresentanti eletta nel 2014 (da subito spostata a est, a Tobruk) non ha mai riconosciuto il governo di accordo nazionale di Serraj sostenuto dalle Nazioni Unite. Ha così puntato al rafforzamento del proprio potere nell’Est del paese attraverso numerose azioni militari e intessendo una fitta rete di alleanze che vede come protagonisti gli interessi di grandi attori internazionali (Francia, Russia e Stati Uniti) e quelli regionali di Egitto Emirati arabi e Arabia Saudita.

Gli stessi interessi che lo hanno spinto a marciare verso Tripoli nel nome della guerra all’islamismo che secondo la Mannocchi e Paniccia è pura propaganda. “La figura di Haftar è oggetto di un grande equivoco”, spiega la giornalista. “Con queste stesse parole d’ordine ha lanciato lunghe guerre sanguinose che hanno raso al suolo intere città”. Una figura ambigua, secondo la Mannocchi, che nel formare Lna, l’esercito libico nazionale, ha stretto legami con milizie di vario genere, anche mercenarie, e in particolare con i mascalisti, un gruppo salafita originario di Rihad (quindi saudita) contraddistinto per le tendenze integraliste.

Una delle tante “alleanze opache che Haftar ha sopravvalutato nel tentativo di cucire con le milizie salafite dell’ovest” legate ad Al Serraj. Uno dei motivi per cui oggi il generale dell’Lna si ritrova in una situazione che non aveva previsto e che complica i suoi piani di conquista della capitale.

Lo stallo a cui stiamo assistendo dipende anche dal fatto che i due schieramenti sono fortemente interconnessi, come spiega Mannocchi: “L’economia della Cirenaica dipende in maniera molto solida dalle istituzioni di Tripoli. Se è vero come è vero che Haftar controlla la quasi totalità dei giacimenti petroliferi, ha conquistato il giacimento di Saharara che è il più grande del paese, è altrettanto vero che gli stipendi dell’Lna vengono parzialmente pagati dalla banca di Tripoli. Sembra essere una guerra a bassa intensità ma va considerato che le economie delle due zone interessate sono profondamente intrecciate”.

Salvare la Libia significa concentrarsi sui Libici, poi si risolvono gli altri problemi.

Una situazione in cui si fatica a vedere una risoluzione nel breve periodo. In qualche modo, tuttavia, secondo Paniccia, questa situazione ci deve vedere protagonisti a partire dal “capire in generale gli errori che abbiamo fatto, tra cui il primo stare dalla parte di Farraj che è un uomo fragilissimo completamente in mano alle milizie e che ha istituito i centri di detenzione che conosciamo. Adesso non basta stare con l’Onu, bisogna ispirare l’Onu, perché il Segretario Generale mi sembra molto debole. Le sue visite non sono servite a nulla e il suo inchino nelle fotografie ad Haftar è raccapricciante. Solo cercando di arrivare a un tavolo negoziale possiamo risolvere la situazione”.

In passato, prosegue il professore dell’Università di Trieste, qualcosa di buono era stato fatto ma poi ci si è concentrati su dei punti che hanno portato alla situazione di oggi: “interessi delle potenze, immigrazione, pericolo dei terroristi. Salvare la Libia significa concentrarsi sui Libici, poi si risolvono gli altri problemi. Dobbiamo cambiare il focus”.

Anche secondo Mannocchi una possibile soluzione passa per la riunificazione delle istituzioni centrali della Libia, spezzate da anni di guerra civile, dalla stabilizzazione delle attività della banca centrale e degli introiti del petrolio: “La stabilizzazione delle cosche e del Mediterraneo centrale si faccia a terra, né con i blocchi navali né con alleanze strategiche”.

Ascolta qui la puntata di Tutta la città ne parla con Francesca Mannocchi e Arduino Paniccia.


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