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Photo by Steve Gumaer / CC BY-NC

C’è il carcere per chi racconta la sorte dei Rohingya


Birmania. È il pomeriggio del 12 dicembre 2017 quando due giornalisti dell’agenzia Reuters, Wa Lone e Kyaw Sue Oo, vengono arrestati dalla polizia con l’accusa di possesso illegale di documenti governativi confidenziali. I due reporter stavano indagando il massacro dei musulmani Rohingya per mano dei militari birmani a Inn Din, una cittadina nel nord del Rakhine, lo scorso settembre. Ora, davanti a loro hanno la prospettiva di 14 anni di carcere.

Antoni Slodkowski, direttore di Reuters in Birmania e collega dei due reporter, racconta a Democracy Now! gli eventi che hanno portato all’arresto. Arresto che, secondo lui, è strettamente connesso all’inchiesta in corso ed ha il sapore di un’intimidazione che Reuters ha deciso di ignorare.

Slodkowski ha difeso infatti la scelta di pubblicare l’inchiesta – portata a termine da due colleghi di Wa Lone e Kyaw Sue Oo – citando tre valide ragioni. In primo luogo perché si tratta di un resoconto scrupoloso e dettagliato dell’esecuzione di dieci uomini scelti a caso dalle forze di sicurezza. Poi perché non si tratta di una storia isolata ma di un caso tra tanti altri, che svela una costante nelle operazioni dei militari di stato. Dall’inchiesta emerge infatti che episodi simili si sono verificati anche in altre città a nord di Inn Din. Infine, l’indagine riporta testimonianze dirette e dalle ammissioni degli stessi carnefici: gli agenti di polizia e i cittadini buddisti di Rakhine.

L’inchiesta, pubblicata dopo l’arresto dei due giornalisti, ripercorre il massacro dei musulmani Rohingya attraverso la ricostruzione cronologica dei fatti.

A Inn Din la convivenza tra i buddisti e i musulmani Rohingya, che rappresentavano quasi il 90 per cento dei circa settemila abitanti del villaggio, è stata soggetta per anni a tensioni mai sfociate in episodi violenti. Nell’Ottobre 2016 però, i Rohingya attaccarono tre posti di polizia nel nord del Rakhine. Un episodio simile si verificò anche il 25 Agosto scorso, quando vennero colpiti trenta posti di polizia e una base militare. La risposta dell’esercito birmano non tardò ad arrivare. Qualche giorno dopo i soldati reclutarono dei volontari buddisti a Inn Din, bruciando gran parte delle abitazioni dei Rohingya e appropriandosi dei loro beni. Un fatto testimoniato da un medico buddista di Inn Din, Aung Myat Tun: “Le case dei musulmani erano facili da bruciare per i loro tetti di paglia. Bastava accendere la punta del tetto (…) ma non potevamo portarci i telefoni. La polizia ci ha detto che ci avrebbe sparato se ci avesse visto scattare delle foto”.

Costretti alla fuga, il 1 Settembre centinaia di Rohingya abbandonarono le loro case, con l’obiettivo di ripartire verso il Bangladesh nei giorni successivi. Tuttavia, un gruppo di soldati del Rakhine li intercettò, catturando dieci di loro. Il giorno seguente i prigionieri vennero condotti su una collina e fotografati in fila, inginocchiati. Poco dopo vennero uccisi, uno dopo l’altro, con un colpo di pistola alla testa e seppelliti in una fossa comune.

Abbiamo deciso che era nostro dovere e obbligo verso il pubblico mondiale e quello birmano di andare avanti e pubblicare quest’inchiesta.

Wa Lone e Kyaw Soe Oo erano a cena con due officiali di polizia che non avevano visto prima d’ora, come i giornalisti di tutto il mondo fanno (…) Gli sono stati consegnati dei documenti che non hanno nemmeno avuto la possibilità di consultare. Gli è stato detto di guardarli quando sarebbero arrivati a casa. Ma prima di poter tornare a casa, immediatamente dopo aver lasciato il ristorante, sono stati fermati. Sono stati arrestati dalla polizia. Wa Lone è riuscito a mandarmi un messaggio dicendo ‘Sono stato arrestato’”, ricostruisce Slodkowski.

Dopo essere stati capaci di chiarire la situazione legale, abbiamo deciso che era nostro dovere e obbligo verso il pubblico mondiale e  quello birmano di andare avanti e pubblicare quest’inchiesta. E Wa alone e Kyaw Sue Oo erano entrambi forti sostenitori di questa decisione. Alla fine, siamo tutti giornalisti, ed è questo quello che facciamo”, ha proseguito il giornalista.

Miroslav Jenča, segretario generale per gli affari politici delle Nazioni Unite, ha chiesto l’immediata scarcerazione dei reporter chiedendo alle autorità di garantire il diritto alla libertà di espressione e d’informazione e il rispetto dei diritti umani. Le Nazioni Unite hanno constatato che l’esercito potrebbe essere accusato di genocidio, mentre gli USA hanno definito l’operazione pulizia etnica. Per le autorità birmane, invece, la clearance operation condotta dall’esercito è stata una risposta legittima agli attacchi dei ribelli Rohingya. L’ambasciatrice birmana Hai Do Suan ha dichiarato che i due reporter non sono stati arrestati per il loro lavoro ma perché possedevano illegalmente dei documenti governativi confidenziali: “Ogni cittadino è vincolato dalla legge esistente del paese. È importante che l’attività di un giornalista rientri nei limiti stabiliti dalla legge”.

Per Slodkowski, tuttavia, non ci sono dubbi: “Spero che questa storia dimostri al mondo intero che questi individui non erano delle persone sospette che stavano facendo qualcosa di strano (…) ma giornalisti che stavano lavorando ad una storia veramente importante, una storia di importanza mondiale”.

Ambigua invece la reazione del Consigliere di Stato della Birmania e Premio Nobel per la pace Aung San Suo Kyi. Il suo silenzio e le sue scarne dichiarazioni sono state aspramente criticate tanto che in molti hanno chiesto la revoca del Nobel. Il ministro degli esteri inglese Boris Johnson infatti, si è detto perplesso sulla posizione della leader dichiarando di non essere sicuro che Suo Kyi “capisca veramente tutto l’orrore di quello che è accaduto”. E ha continuato: “Credo che lei possa ancora produrre un cambiamento e fare la differenza. Ma per farlo, ha bisogno di mostrare il suo ruolo di guida, di coinvolgere le agenzie, di portare i rifugiati a casa, in un modo che sia sicuro, volontario e dignitoso”.


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