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Photo by Josep Puigdemont / CC BY

Indipendentismo catalano: il processo è iniziato


Il processo giudiziario forse più importante della storia politica spagnola è iniziato il 12 Febbraio scorso, a Madrid. Lo chiamano il “giudizio al processo” perché gli accusati sono coloro che hanno avviato e partecipato attivamente al processo indipendentista catalano.

Il banco degli imputati è affollato: siedono l’ex presidente del governo catalano Oriol Junqueras, gli ex consiglieri Raül Romeva, Josep Rull, Jodi Turull, Joaquim Forn, Dolors Bassa, Carles Mundó, Santi Vila e Meritxell Borràs, l’ex presidente del parlamento catalano Carme Forcadell, l’ex presidente di Asamblea Nacional Catalana (ANC) e deputato di Junts per Catalunya, Jordi Sànchez, e il presidente di Òmnium, Jordi Cuixart. Nove di loro sono stati trasferiti dal carcere catalano alle prigioni di Madrid per celebrare il processo che durerà circa tre mesi. L’accusa chiede una condanna tra i 7 e i 25 anni di detenzione per i reati di ribellione, disobbedienza e malversazione, durante il tentativo di secessione della Catalogna nell’ottobre del 2017.

Fra i primi interrogati c’è stato l’ex presidente della Generalitat Oriol Junqueras che, durante la sua deposizione, ha deciso di esprimersi in castigliano. “Parlo in castigliano perché mi dà la possibilità di rivolgermi a tutto il popolo spagnolo dopo un anno di silenzio forzato. Sono convinto che mi si stia accusando per le mie idee, non tanto per ciò che ho fatto. Questo è un processo politico”. Ha esordito così Junqueras, che con la voce a tratti tremante ha scelto di rispondere solo alle domande del suo avvocato Andreu Van den Eynde, e non all’accusa.

Junqueras si considera un prigioniero politico. Deputato nel Parlamento Europeo nel 2009, sindaco di Sant Vicenç dels Horts nel 2011, deputato e vicepresidente della Generalitat della Catalogna fino al 2017 – quando è stato sospeso dal suo incarico in seguito all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola – Junqueras è ancora Presidente di Esquerra Republicana de Cataluña (Erc).

Sono convinto che mi si stia accusando per le mie idee, non tanto per quello che ho fatto. Questo è un processo politico.

Erc è un partito politico con 88 anni di storia. Un partito che ha sempre lottato per le libertà individuali e collettive, che difende la giustizia sociale, le pari opportunità. Promuove e difende l’indipendenza della Catalogna, di una Repubblica catalana, perché siamo convinti che sia l’unico modo per costruire una società giusta, egualitaria, libera, democratica.”

Un partito che è nato ancor prima della guerra civile spagnola, durante la quale ha sostenuto il governo democratico repubblicano. Con la vittoria dei nazionalisti, Francisco Franco dichiarò Erc fuori legge, sciolse la Generalitat e bandì l’utilizzo del catalano. Esquerra Republicana de Cataluña fu l’ultimo partito a essere nuovamente legalizzato dopo la morte di Franco, durante la transizione spagnola. Negli ultimi decenni ha sempre sostenuto la causa indipendentista, tanto da appoggiare il referendum sull’indipendenza della Catalogna del 1 ottobre 2017 e la conseguente dichiarazione unilaterale d’indipendenza.

Non c’è dubbio che il nostro impegno sia volto alla difesa dei diritti fondamentali, civili, politici dei cittadini (…) Noi abbiamo difeso il diritto all’autodeterminazione, che si può tradurre come il diritto di qualsiasi persona di decidere, di una comunità politica di decidere sul suo futuro. (…) Il diritto all’autodeterminazione è l’applicazione del principio democratico, ed è riconosciuto dal diritto internazionale (…)”. Questo è quello che è stato fatto dal Quebec in Canada, per esempio. Noi ci abbiamo sempre provato e continueremo a farlo, indipendentemente dal risultato di questo processo”.

Il principio di autodeterminazione sta alla base dell’intero processo per l’indipendenza catalana. Quim Torra, l’attuale presidente della Generalitat, è arrivato a dichiarare che “la democrazia e la volontà del popolo arrivano stanno al di sopra alla legge e alla costituzione” e che questo processo non è altro che “una vendetta contro il popolo che ha deciso di decidere”.

Sono obiettivi espliciti, che abbiamo sempre perseguito e i nostri programmi elettorali sono pubblici, conosciuti in tutto il mondo. Abbiamo partecipato a tutte le tornate elettorali con questo obiettivo”, ha proseguito Junqueras. “Ma voglio dire che noi prima di essere indipendentisti siamo democratici, repubblicani. E prima ancora di essere democratici siamo brave persone, che si impegnano per rispettare le necessità di ogni cittadino. La volontà di incarnare questi valori, insieme a quelli di pari opportunità e giustizia sociale, ci porta a essere indipendentisti, perché l’unico modo per perseguirli è attraverso la creazione di una repubblica catalana. Noi siamo indipendentisti rispetto alla Catalogna e federalisti rispetto all’Europa”.

Per Junqueras, il tentativo di perseguire l’indipendenza in Catalogna è sempre stato pacifico. A livello istituzionale si è fatto cercando il dialogo con le istituzioni, ma anche con le dichiarazioni, cercando di convincere e di generare consenso all’interno della società. Quello che hanno sempre voluto è far cambiare idea a chi li considera nemici, perché “noi non siamo nemici di niente e di nessuno” ha detto il presidente di Erc.

Abbiamo sempre rifiutato qualsiasi forma di violenza perché qualsiasi obiettivo nobile può risultare immorale se il modo di perseguirlo è indecente.

L’indipendentismo visto con gli occhi di Junqueras ha sempre rifiutato ogni forma di violenza, a partire dalle manifestazioni popolari che hanno visto migliaia e migliaia di persone scendere in piazza e manifestare pacificamente per una repubblica catalana indipendente. “Abbiamo sempre rifiutato qualsiasi forma di violenza perché qualsiasi obiettivo nobile può risultare immorale se il modo di perseguirlo è indecente (…). Siamo convinti che ancor più importante di raggiungere un obiettivo politico concreto sia perseguire i valori di convivenza, benessere, crescita economica, progresso sociale e culturale della società.”

Eppure, il nodo che deve sciogliere il tribunale, presieduto da Manuel Marchena, è proprio questo: decidere se la condotta degli accusati sia ascrivibile nei reati di ribellione, sedizione e malversazione (i più gravi del codice penale). Reati che sarebbero stati commessi nelle due giornate chiave del processo d’indipendenza: il 20 settembre, quando la Guardia Civil ha fatto irruzione negli uffici ministeriali catalani per bloccare l’organizzazione del referendum sull’indipendenza, e il 1 ottobre 2017, giorno del referendum.

Per Junqueras non esiste reato: “Niente di quello che abbiamo fatto è un reato. Votare per un referendum non è un reato. Lavorare per l’indipendenza della Catalogna in modo pacifico non è un reato (…). È evidente che quella dell’accusa è un’argomentazione forzata. Votare non è un delitto, ma impedire alla gente che voti lo è perché nessuno può limitare il dibattito politico, la discussione, la libertà di espressione.”

Rispettare il mandato democratico. Questa è la giustificazione che ripete in continuazione leader di Erc. Il popolo ha votato i partiti indipendentisti, ha dimostrato di volere l’indipendenza e i partiti si sono fatti interpreti della volontà popolare: “Le forze indipendentiste sono sempre state significative in questi anni e continueranno a esserlo come hanno dimostrato le elezioni imposte del 21 dicembre 2017, nelle quali la maggioranza indipendentista ha retto ed è rimasta nel parlamento catalano”, prosegue.

Nonostante tutto, la sedia davanti a noi è sempre rimasta vuota perché il governo centrale ha sempre negato il dialogo. Se prima l’indipendentismo veniva considerato valido, legittimo ed era permesso perché minoritario, di fronte all’evidenza che stava diventando una forza di maggioranza nel parlamento e nella società catalana, ha iniziato ad essere proibito, censurabile. Si doveva evitare a ogni costo. È in quel momento che si è chiuso il dibattito sulla questione (…) Ma l’indipendenza della Catalogna è legittima. Dove si proibisce? Dove c’è scritto che lavorare per l’indipendenza della Catalogna è un reato?” ha concluso Junqueras.

Fuori dal Tribunale continuano le manifestazioni nelle principali città catalane. A Barcellona, Tarragona, Girona, Lleída, studenti, funzionari, sindacalisti e politici sono scesi in piazza contro un processo che considerano politico e contro l’abuso di potere del potere centrale. Quella indipendentista è una ferita sempre aperta che ogni anno scuote la Spagna e che minaccia la stabilità politica nazionale. Lo scorso venerdì il Presidente Pedro Sanchez si è visto costretto a indire elezioni anticipate il prossimo 28 aprile, dopo la bocciatura della legge di bilancio da parte del Parlamento. Tra i no, ci sono anche i partiti indipendentisti Erc e il Partido Demócrata Europeo Catalán (PDeCAT).

Secondo un sondaggio realizzato da GAD3 per La Vanguardia, il Psoe si attesta come primo partito ma la grave e costante perdita di consenso di Podemos non permetterebbe alle forze di sinistra di raggiungere la maggioranza assoluta, sfiorata invece dall’alleanza dei partiti di destra: Partito Popular (Pp), Ciudadanos (Cs) e Vox. Se così fosse sarebbe un boomerang, per gli indipendentisti, perché con la coalizione di destra al potere sulla sedia vuota del dialogo non siederà più nessuno e il rischio di un articolo 155 permanente è alle porte.


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