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Haiti in rivolta contro il Presidente Moise


Sono quasi due settimane, esattamente dal 7 febbraio, che l’isola di Haiti è scossa da una forte ondata di violente proteste. Manifestazioni contrastate con brutalità dalla polizia. Dall’inizio delle dimostrazioni, almeno nove persone hanno perso la vita, molte sono state ferite (tra cui il giornalista del quotidiano haitiano Le Nouvelliste, Robenson Sanon) e arrestate. Questo però non ha fermato e non ferma i manifestanti che sono ormai spinti in strada dalla fame, e a Port au Prince (la capitale) e in altre città del Paese le macchine vengono bruciate e i negozi saccheggiati.

Ad animare il malcontento dei manifestanti sono due questioni in particolare: l’abbassamento del potere di acquisto e la corruzione del potere vigente, un problema che attanaglia il paese da tempo. Il Presidente Jovenal Moise, eletto nel 2016, è considerato da chi scende in piazza il maggior colpevole di questa situazione e per questo se ne reclamano le dimissioni immediate.

Per diversi giorni Moise ha mantenuto il silenzio. Lo ha rotto solo il 14 febbraio con un discorso alla nazione pre- registrato e diffuso sul canale di Stato Tnh in cui, senza arretrare, cercava di rassicurare i suoi cittadini “Ho ascoltato la voce del popolo, so con che situazione vi state confrontando ed è per questo che ho adottato delle misure a riguardo”.

Ma cosa ha portato a far precipitare in questo modo la situazione?

La famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza degli haitiani, scatenando il 7 febbraio (data del secondo anniversario di inizio del mandato di Moise) l’inizio di quest’ultima ondata manifestazioni, è stato un rapporto rilasciato a fine gennaio dalla Corte dei conti. Questo documento legherebbe il Presidente e una quindicina di ministri e alti funzionari a manipolazioni sospette dei fondi destinati allo sviluppo del Paese.

Tuttavia, sono mesi che ad Haiti il popolo si scende in piazza per protestare contro i provvedimenti del governo, stanco di vedere disilluse le promesse fatte dal Presidente in campagna elettorale.

La più importante riguarda proprio l’aumento del potere d’acquisto. Invece, a oggi, l’inflazione è ancora molto alta e la gourde, la moneta haitiana, è fortemente svalutata rispetto al dollaro (1 dollaro = 82,90 gourde). Il prezzo dei prodotti di prima necessità è vertiginoso e di conseguenza il costo della vita a Port au Prince è diventato insostenibile: mentre più della metà della popolazione vive con meno di 2 euro al giorno, un pacco di riso costa 80 centesimi.

Di lotta alla corruzione, invece, il Presidente aveva parlato esplicitamente durante il suo intervento, lo scorso settembre, alla 73esima sessione ordinaria dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione aveva definito la “lotta instancabile e agguerrita” alla corruzione in tutte le sue forme come uno strumento fondamentale per lo sviluppo sostenibile di Haiti.

La battaglia contro la corruzione iniziata il 7 febbraio 2017, non rimarrà un casto voto (…). È una battaglia che ci permetterà di lasciare alle generazioni future un paese migliore, dove sarà bello vivere”, aveva aggiunto Moise. E aveva ribadito anche di non aver mai “smesso di operare per consolidare lo Stato di diritto, approfondire le conquiste democratiche e promuovere i diritti dell’uomo”.

Mi sto impegnando per assicurare la stabilità delle istituzioni e per creare un clima stabile e sicuro, propizio agli investimenti e al riavvio della nostra crescita”, aveva detto, vantando i meriti della “strategia innovatrice” della sua “Carovana del cambiamento” che mirava a “mettere tutte le risorse dello Stato al servizio del popolo” nonostante un contesto generale caratterizzato da una grande povertà di mezzi.

Jovenal Moise aveva poi ricordato che: “Il Paese è in effetti davanti a sfide interconnesse di grande portata”, riferendosi a una stratificazione di fenomeni che concorrono al degrado attuale del Paese. Tra questi, “la pressione demografica, l’urbanizzazione galoppante, la degradazione ambientale, l’estrema vulnerabilità di fronte alle catastrofi naturali (come il terremoto del 2010, che aveva causato dei danni pari al 120 per cento del Pil e il ciclone Matthew del 2016 il cui conto è stato pari al 32 per cento del Pil, ndr)”. Quattro mesi dopo l’assemblea generale dell’Onu tuttavia, la situazione non è né stabile né avviata alla crescita.

Affermazioni di impegno che dopo mesi non sono altro che parole vuote. E che sono il motivo per cui la richiesta principale dei manifestanti sono proprio le dimissioni di Moise. Nel suo discorso del 14 febbraio, tuttavia, il Presidente è apparso fermo e deciso sulla sua volontà di rimanere al suo posto. Ha ricordato che Haiti ha già conosciuto nella sua storia dei governi di transizione e che questi regimi hanno prodotto “una collezione di catastrofi e disordini”.

La transizione, l’instabilità e il traffico di droga sono sempre legati”, ha precisato il Presidente. Un messaggio chiaro e perentorio, arrivato all’indomani di un pomeriggio – quello del 13 febbraio – molto teso per la capitale, che ha visto sfilare in pieno centro, senza alcun intervento delle autorità, uno dei più potenti capi del narcotraffico con uomini al seguito e armi automatiche bene in vista. A questo episodio fa riferimento Moise, quando dice che la prima volontà presidenziale è di non lasciare il Paese “ in mano alle gangs armate e ai trafficanti”.

In risposta alle contestazioni popolari, invece, annuncia un pacchetto di misure, delegato al Primo Ministro. “Ho chiesto al Primo Ministro di venire a spiegarvele e di applicarle rapidamente, per alleviare la vostra miseria”. Un annuncio vuoto, quindi, di un ulteriore discorso, che però per il momento non è ancora avvenuto.

Gli Haitiani, rimangono così nell’incertezza assoluta. La tensione è divenuta tale che il dipartimento di Stato americano ha ordinato al suo personale diplomatico “non essenziale” e le loro famiglie di lasciare i territori haitiani. E i manifestanti, nel cuore di Port au Prince, bruciano la bandiera americana al grido di “Abbasso gli americani, viva Putin!”.

 


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