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Il buon giornalismo investigativo è un pessimo affare


Puttane, pennivendoli e infimi sciacalli. Questi gli ultimi epiteti utilizzati per i giornalisti nel nostro paese. Gli ultimi di una lunga serie di insulti, di attacchi, di minacce che arrivano dai membri del governo: infimi sciacalli è stato il termine usato dal Vice Premier Luigi Di Maio, dimentico forse che il governo ha tra gli altri anche il compito di difendere la libertà di stampa e il diritto di cronaca.La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” è scritto nell’articolo 21 della nostra costituzione.

Anche questa volta, come le numerose precedenti, questi insulti non sono passati sotto silenzio (anche se non scandalizzano il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, come ha dichiarato lui stesso a Mezz’ora, la trasmissione di Lucia Annunziata). La Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi) ha annunciato per domani martedì 13 un flashmob in contemporanea nelle piazze dei capoluoghi di regione dalle 12 alle 13 aperto a tutti quelli che “considerano l’informazione un bene essenziale per la democrazia”. Più di un professionista ha preso parola per difendere il proprio lavoro e quello dei colleghi, come ha fatto Luisa Betti Dakli in questa splendida lettera o Tiziana Ferrario su Facebook.

Un fenomeno grave, che riguarda purtroppo moltissimi paesi in maniera più o meno forte. “Il buon giornalismo investigativo è un pessimo affare”, ha detto Maria Ressa accettando il prestigioso Knight International Journalism Award assegnatole dall’International Center for Journalism (Icfj) lo scorso venerdì.

Perché dovrebbe interessarvi? I nostri problemi stanno rapidamente diventando i vostri problemi.

Ressa, dopo aver lavorato per 25 anni alla Cnn, nel 2012 ha fondato Rappler, quotidiano filippino online che sin da subito si è distinto per la qualità del suo giornalismo investigativo. Rappler è uno dei pochi media nazionali apertamente critico nei confronti del presidente Duterte, mettendone in discussione il suo operato, in particolare la sua guerra alla droga che è costata migliaia di morti, e le sue dichiarazioni false disseminate attraverso i social media.

In risposta Duterte e il suo governo hanno cominciato a minacciare Maria Ressa e i suoi giornalisti, bandendoli dalle conferenze stampa, revocando la loro licenza e da ultimo accusandoli senza fondamento di evasione fiscale: “Lo scorso gennaio hanno cercato di farci chiudere, sostenendo che siamo di proprietà straniera (non lo siamo), che siamo evasori fiscali (accusa arrivata circa sei mesi dopo che l’agenzia delle entrate ci ha premiato quale uno dei principali contribuenti delle imposte societarie), e rivolgendoci altre accuse ridicole. Non ho più sinonimi per la parola ‘ridicolo’”, ha raccontato Ressa durante la cerimonia di premiazione a Washington.

Perché dovrebbe interessarvi? Oltre al fatto che siete miei amici, i nostri problemi stanno rapidamente diventando i vostri problemi. I confini in tutto il mondo sono crollati e cominciamo a vedere un manuale globale (che viene seguito dai politici contro i giornalisti, ndr). Quando il presidente Trump ha bandito Jim Acosta la scorsa notte, ha copiato le azioni del presidente Duterte contro la nostra reporter Pia Ranada e me (…) Dopo che Trump ha definito quelle della CNN e del New York Times ‘fake news’, una settimana dopo, Duterte ha fatto lo stesso con Rappler”.

A dividere il premio insieme a Maria Ressa, Joseph Poliszuk, giornalista di Armando.info, sito di informazione online che ha denunciato la corruzione in Venezuela e che ha visto, in risposta, criminalizzato il proprio lavoro e quelli dei colleghi giornalisti nel Paese.

Le dure misure contro la stampa, che in passato avrebbero portato a una forte reazione, non provocano più rappresaglie o condanne.

In tutto il mondo, potenti forze stanno seminando sfiducia nei confronti dei giornali”, ha detto invece, nel corso della serata, ricevendo il ICFJ Founders Award for Excellence in Journalism, Arthur O. Sulzberger Jr., Chairman della The New York Times Company. “Quando governanti autocrati in tutto il mondo vedono il Presidente degli Stati Uniti sminuire e attaccare i giornalisti, prendono appunti. Percepiscono che le dure misure contro la stampa, che in passato avrebbero portato a una forte reazione, non provocano più rappresaglie o condanne”.

Sulzberger si appella a tutti i giornalisti del mondo e chiede loro di difendere la libertà di stampa: “Non è il nostro lavoro essere la voce della resistenza. Ma è il nostro lavoro riportare i fatti, di alzarci in difesa della verità e della giustizia e in difesa di una delle responsabilità della nostra professione che è costringere chi è al potere a rendere conto ai cittadini del proprio operato”.

Quanto manca perché nel nostro paese chi è al potere impedisca formalmente ai giornalisti con bandi e minacce simili a quelle subite da Ressa o Poliszuk, di fare il proprio mestiere? Forse è importante ricordare che Luigi Di Maio è quello che nel 2017, quando era ancora Vice Presidente della Camera dei Deputati, ha inviato al presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino, una lista di quelli che secondo lui erano giornalisti colpevoli di diffamare il Movimento 5 Stelle e che Iacopino ha considerato una sorta di lista di proscrizione.

Sempre Luigi Di Maio lo scorso ottobre ha dichiarato: “Per fortuna ci siamo vaccinati anni fa dalle bufale e dalle fake news dei giornali e si stanno vaccinando tanti altri cittadini, tant’è vero che stanno morendo parecchi giornali, tra cui quelli del Gruppo l’Espresso che, mi dispiace per i lavoratori, stanno addirittura avviando dei processi di esuberi al loro interno. Perché? Perché nessuno li legge più in quanto ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà”. Immediata al tempo la reazione del gruppo e quella del direttore di Repubblica in un editoriale: “Finora nulla di quello che abbiamo scritto è mai risultato falso, inventato o costruito ad arte”.

Continuerà Repubblica e continueranno tutti gli altri giornalisti italiani a fare il proprio mestiere. Come gli altri colleghi in tutto il mondo. Seguendo le orme di quella straordinaria collega filippina.

Maria Ressa è una donna piccola, dal sorriso aperto e sincero, che ha sempre pronta una parola gentile. Eppure Maria Ressa è una delle donne più oneste, più forti e determinate che si si può avere il privilegio di incontrare. Più che un esempio per tutti quelli che fanno giornalismo investigativo, la dimostrazione vivente che vale comunque la pena continuare “a fare pessimi affari”.


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