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Il Grand Débat di Macron è finito. Ma che fine hanno fatto i Gilet Jaunes?


Parigi, 1 maggio 2019. Nella tradizionale manifestazione della festa dei lavoratori sfilano in 40.000 tra Gilet jaunes, normali manifestanti e black bloc, assieme ad un imponente dispiego di forze di polizia. Gli scontri si verificano ancor prima dell’inizio del corteo, secondo modalità canonicamente violente: lanci di sassi e oggetti da un lato, lacrimogeni dall’altro.

La tensione è tale che Philippe Martinez, segretario generale della confederazione sindacale francese Cgtil, annulla il discorso inaugurale del corteo, facendo sfumare la presenza di sindacati e manifestanti dietro una nuvola gialla di rivendicazioni e tensioni. “Questo evento, tradizionale e nazionale, è stato drammatizzato e strumentalizzato dal regime attuale per creare della violenza”, commenta Francis Lalanne, membro della neonata Liste Alliance Jaune.

Sempre Parigi, 4 maggio 2019. Al consueto corteo del sabato scendono in strada solo 18.000 Gilet jaunes. Con questa cifra, quella di sabato scorso, l’Atto XV, è stata la manifestazione più debole nella storia di un movimento che il 25 aprile il Presidente francese Emmanuel Macron aveva chiamato “un movimento inatteso che ha espresso la sua collera e la sua impazienza”. Proprio in quella data, Macron ha presentato i risultati del Grand Débat National avviato il 15 gennaio per confrontarsi con i cittadini su diverse questioni, molte delle quali sollevate proprio dal movimento.

Gilet jaunes
Elaborazione dati e grafica: Beatrice Latini. Fonti: Le nombres jaunes e dati Ministero degli Interni francese riportati dalla stampa francese volta per volta.

 

Ma chi sono i Gilets jaunes e cosa è successo loro in questi ultimi mesi?

Secondo Vincet Tiberj, professore alla grande école di scienze politiche SciencePo Bordeaux, i Gilets jaunes incarnano i “petits moyens” (letteralmente “i piccoli medi”), ovvero quella fascia di popolazione che: lavora e guadagna troppo per essere aiutata, ma troppo poco per vivere bene. È un movimento sociale di origine spontanea, che ha trovato la propria spinta propulsiva nell’incontro sui social media (Facebook, Twitter, Youtube) e nel comune disprezzo per una classe urbana elitaria. La loro vicinanza, dunque, è data da un sentimento comune e da un comune obiettivo, ma non da un’appartenenza politica identica.

Le figure di spicco del Movimento si configurano per lo più come personalità mediatiche e non autorità politiche, con l’obiettivo di strutturare i Gilet jaunes a immagine di altri movimenti politici, sindacali o associativi. È il caso, per esempio, degli amministratori del gruppo Facebook del movimento, attivo da Febbraio 2018, Eric Drouet e Maxime Nicolle, di Priscillia Ludosky, all’origine della petizione online per l’abbassamento del prezzo del carburante e Jacline Mouraud – i cui video all’attenzione di Emmanuel Macron sono divenuti virali.

La miccia dello scontento è esplosa a fine Novembre, con l’ulteriore aumento della tassa sul carburante. Dal 17 novembre 2018, i Gilets Jaunes ogni sabato hanno condotto le loro manifestazioni a Parigi e in tutta la Francia con spiccata costanza. Ogni manifestazione prende il nome di “Atto”, seguito da un numero romano che indica a che settimana di protesta si è arrivati. La loro lunga lista di rivendicazioni (che si possono votare tramite una loro piattaforma online) comprende, in particolare, un’aumento del potere d’acquisto, l’abbassamento delle tasse sul carburante, l’aumento del salario minimo a 1300 euro e l’imposizione della tassa patrimoniale.

Due giorni dopo l’Atto IV, il 10 dicembre, il Presidente della Repubblica si rivolge solennemente alla nazione, annunciando un certo numero di misure sociali: prime fra tutte l’aumento dello Smic ( salario minimo) e l’apertura di una tavola rotonda a livello nazionale per far fronte alla crisi politica.

Tale Grand Débat national si apre, come accennato, il 15 gennaio, come un tentativo d’incontro tra il governo, nella personalità del Presidente, e i francesi, attraverso quattro temi scelti dall’esecutivo: la fiscalità e le spese pubbliche, la transizione ecologica, democrazia e cittadinanza, organizzazione dello stato e dei servizi pubblici. Le modalità di questo dibattito, vengono specificate dal governo il 14 gennaio: riunioni di iniziativa locale, contributi online e presso degli stands installati e Conferenze cittadine regionali a partire dal primo marzo.

Non appena lanciato, il Dibattito riceve subito aspre critiche: per moltissimi è una soluzione limitata e non sufficiente a causa di termini poco precisi e obiettivi molto vaghi. Nel frattempo le manifestazioni in tutta Francia proseguono scandendo le prime pagine dei maggiori quotidiani ogni domenica.

Nonostante questo i lavori proseguono e il 25 aprile, all’Eliseo il Presidente Macron tiene la Conferenza Stampa sull’esito delle consultazioni. In una Salle de Fêtes totalmente rimessa a nuovo e privata delle sue decorazioni Ancien Régime, il Capo dello Stato cerca ancora una volta di scrollarsi di dosso l’immagine di un Presidente distante dal proprio popolo, ma senza cambiar direzione.“Continueremo le trasformazioni della Francia”, dice, prima di presentare i frutti del dibattito e proporre una serie di nuove misure.

Per quanto riguarda la rappresentazione democratica, Macron conferma lo stabilimento di circa un 20 per cento di proporzionale per le elezioni legislative e la riduzione del 30 per cento del numero dei parlamentari. Annuncia poi che sarà facilitato il “referendum d’iniziativa condivisa”, facendo passare il numero di firme richieste da 4 milioni a 1 milione e mezzo. Rigetta invece il “referendum di iniziativa cittadina”, una delle rivendicazione principali del movimento: un dispositivo di democrazia diretta in grado di indire i referendum senza l’approvazione parlamentare o presidenziale. Scarta anche il riconoscimento della scheda bianca. “Perché dobbiamo scegliere alle volte il meno peggio o il migliore possibile, ma la scheda bianca non risolverà alcun problema”.

Per migliorare e semplificare i rapporti della cittadinanza francese con le amministrazioni, annuncia poi la creazione di luoghi in cui differenti entità pubbliche si raggrupperanno, denominati “France services”. Macron spiega poi che non intende indietreggiare sull’abolizione della patrimoniale (Isf), altra grande rivendicazione dei Gilets. Tuttavia, per una migliore giustizia fiscale, annuncia nuove riduzioni delle aliquote per le classi medie pari a 5 miliardi di euro. I finanziamenti per queste nuove riduzioni fiscali proverranno dall’eliminazioni di enti inutili, dall’alleggerimento alle imprese e dalla richiesta del Presidente ai suoi concittadini di “lavorare di più”, una dichiarazione che ha sollevato moltissime polemiche.

Infine per il cambiamento climatico, il Presidente annuncia la creazione di un consiglio di partecipazione cittadina costituito da 150 cittadini estratti a sorte, con l’obiettivo di ripensare agli aiuti finanziari dello stato per facilitare la transizione energetica.

La conclusione del Grand Débat non sembra aver placato gli animi, e le proposte macroniane per un “progetto nazionale che deve essere più giusto, più umano per riunire e rimettere insieme” non paiono aver convinto i più.

Rimane tuttavia il fatto che la maggior parte dei 282 000 manifestanti di novembre ha mollato la presa, lasciando meno di un decimo dei Gilets jaunes sfilare per le strade di Parigi, quest’ultimo sabato. Inizialmente appoggiati dai francesi, i sondaggi attuali mostrano che circa il 60% degli elettori non desidera che le manifestazioni continuino. Ciò nonostante, sabato 4 maggio, 1400 celebrità tra attori, scrittori e personaggi del mondo della cultura (quali Juliette Binoche, Annie Ernaux, Edouard Louis) hanno mostrato il loro supporto al movimento con un articolo pubblicato su Libération, definendolo “Un movimento che il potere cerca di screditare e reprimere severamente quando la violenza più pericolosa è quella economica e sociale”.


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