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Voto di scambio, sequestri, caso Regeni: l’Egitto di al-Sisi


Il risultato delle elezioni presidenziali dello scorso marzo in Egitto era scontato. In un contesto di violente repressioni, arresti, esecuzioni capitali, processi sommari e violazioni di diritti umani, la vittoria di Abd al-Fattah al-Sisi, che si riconferma presidente con il 97 per cento dei consensi, non ha sorpreso nessuno. L’unico avversario era Musa Mustafa Musa: quasi sconosciuto, politicamente irrilevante, ex agitatore pro Mubarak. I veri oppositori erano già stati messi ai margini o arrestati durante la campagna elettorale. Tra loro anche l’ex capo militare Sami Annan, rinchiuso in carcere tre giorni dopo aver annunciato la propria candidatura.

A delineare il contesto politico e sociale egiziano sono Declan Walsh, corrispondente al Cairo del New York Times, e Bel Trew, corrispondente per il Times di Londra, in un incontro al Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia.

In Egitto non esistono partiti politici, non c’è una vera e propria libertà di espressione, la stampa locale e internazionale è soggetta a fortissime pressioni. Bel Trew ha vissuto nel Paese sette anni e ha un ricordo nitido della vita sotto il regime di Hosni Mubarak: “Ricordo le difficoltà della gente, ma ricordo anche le proteste. Venivano represse ma c’erano. Durante le elezioni i Fratelli Musulmani ottenevano dei seggi in Parlamento. Come Muḥammad Mursī, ex Presidente egiziano, che è stato estromesso nel 2013 ed è ora confinato nel carcere di Tora e probabilmente non vedrà mai più la luce del giorno”.

Con Mubarak”, prosegue la giornalista, “non è che ci fosse un regime democratico, c’era controllo e pressione ma c’era spazio per altre forze politiche, per la libertà di stampa, soprattutto quella internazionale. Penso che ora sia ancora peggio del 2013, quando c’era il regime militare. Allora in un unico giorno più di 800 persone vennero massacrate. Ma io potevo ancora esprimere la mia opinione nei social, potevo scrivere la mia storia senza temere di essere minacciata o catturata”.

L’Egitto si sta trovando a fronteggiare uno dei momenti più duri della sua storia. La vittoria con il 97 per cento e l’affluenza del 41,5 per cento non sono segnali di consenso ma conseguenze del voto di scambio voluto da al-Sisi per legittimare la sua corsa.

Penso che ora sia ancora peggio del 2013, quando c’era il regime militare.

Le persone sarebbero state multate se non fossero andate a votare”, racconta Declan Walsh. “Il secondo giorno di votazioni siamo andati nella città di Tanta, al nord del Cairo (…) In un paio di posti c’era il seggio elettorale e, lungo la strada, un tavolo dove alcune persone compilavano dei fogli e li consegnavano agli elettori. Quando ho chiesto di cosa si trattasse mi hanno detto che servivano per indicare alle persone a quale seggio andare. Poi abbiamo parlato con chi aveva ricevuto questi fogli e ci ha detto che in cambio di un voto avrebbero ricevuto del cibo dallo Stato”. Un episodio tutt’altro che isolato: dalle città più povere, ai quartieri del Cairo, il governo ha promesso servizi migliori e minacciato i funzionari pubblici di non concedere loro i bonus se non fossero andati a votare.

Al-Sisi, infatti, non fa sconti a nessuno. Se nel 2015, quando Declan Walsh è arrivato in Egitto, i casi di sparizione erano sporadici, ora i sequestri sono all’ordine del giorno. Da giornalisti a oppositori politici, da civili che esprimono le loro idee sui social agli omosessuali: nel mirino del regime ci sono tutti. Nella maggior parte dei casi le pene di reclusione sono di lungo termine, altre volte a vita. Poi c’è la pena di morte. Il metodo è sempre quello: tanti vengono catturati, portati in carcere e lasciati lì, senza che nessuno sappia e dica niente. In molti vengono abusati, torturati, altri svaniscono nel nulla: almeno 1500 negli ultimi quattro anni.

Anche Bel è stata arrestata in Egitto e ha rischiato di “sparire”. Era febbraio, si era recata in un bar per un’intervista: voleva indagare sulla questione dei migranti egiziani che seguivano la rotta verso l’Italia. Voleva capire le responsabilità del Belpaese, dell’Egitto e più in generale dell’Unione Europea.

Una volta uscita dal locale, Bel Trew è stata avvicinata da un furgone della polizia con sei ufficiali a bordo che l’hanno catturata. “Il problema di essere arrestati in Egitto è che non sai mai cosa potrebbe succedere. Gli agenti sono stati aggressivi con me. Volevano sapere di cosa stavo scrivendo, pensavano mi stessi occupando delle sparizioni, perché delle voci dicevano questo. Io avevo con me l’audio dell’intervista e gli ho chiesto di ascoltarla, per dimostrare che non avevo niente da nascondere. Ma non l’hanno fatto. Mi hanno accusato di diffamare lo Stato che è un crimine in Egitto. La polizia non era interessata a cercare la verità. Mi hanno anche rifiutato la possibilità di avere un avvocato e un funzionario dell’ambasciata, che dovrebbe essere un mio diritto”.

Credo che il mio arresto sia stato deciso per mandare un segnale.

Gli agenti hanno girato un po’ per la città e poi hanno lasciato la giornalista in aeroporto con una scelta: rimanere ed essere sottoposta a processo sommario o andarsene. Ha deciso di lasciare l’Egitto all’istante, vestita così com’era e senza riuscire, ancora oggi, a recuperare i suoi oggetti personali. “Credo che il mio arresto sia stato deciso per mandare un segnale e spaventare la stampa”. In Egitto la stampa locale subisce una forte pressione dal governo e quella internazionale è l’unica fonte che racconta le criticità del paese. Per questo quotidiani e giornalisti sono nel mirino del governo; per questo ci sono così tante sparizioni ed espulsioni.

Probabilmente è successo lo stesso a Giulio Regeni” dice Bel, ricordando il dottorando italiano scomparso in Egitto mentre indagava sui sindacati indipendenti. Anche lui è stato prelevato, torturato e ucciso. In molti sostengono che all’interno del Dipartimento di Stato americano si conoscano nomi e cognomi dei responsabili del delitto: dal mandante agli esecutori materiali. Il ritiro dell’ambasciatore italiano Maurizio Masari non ha comportato un avanzamento delle indagini. Ancora meno il ritorno, qualche mese dopo del nuovo ambasciatore Giampaolo Cantini. “Questo era motivo di imbarazzo per l’Egitto”, spiega Declan, “che ha sempre tenuto alla sua immagine esterna, mostrandosi come il più grande paese nel mondo arabo, come un importante centro diplomatico. E poi c’erano degli interessi economici in gioco: Eni si stava sviluppando nel più grande giacimento di gas a est del Mediterraneo (lo Zhor, ndr). C’è stata una negoziazione segreta, dietro la scena, in cui l’Italia diceva che avrebbe ripristinato l’ambasciatore italiano in Egitto se lo Stato li avesse aiutati a indagare sulla morte del ricercatore”.


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