Democrazie liberali e frustrazione popolare


In Italia è tanto facile pensare che il sistema sia corrotto e da cambiare. Ma vi prego, guardate i paesi dove governano i regimi totalitari. Avete tanto da perdere”. È questo l’avvertimento finale lanciato da Yascha Mounk, docente di teoria politica ad Harvard, durante la conversazione con Mario Calabresi, direttore de la Repubblica, al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Mounk appartiene a quella nuova generazione di pensatori che indaga la frattura tra liberalismo e democrazia, un’associazione che fino a pochi anni fa sembrava inscalfibile. Oggi ci troviamo in un periodo in cui si sta affermando una democrazia senza diritti, prodotta dall’avvento dei populismi nel mondo occidentale. “Il nostro sistema politico è la democrazia liberale e si regge su due aspetti fondamentali: la libertà individuale e l’idea che il popolo governi, ovvero che la gente possa avere un’influenza sulla politica. Secondo me è da un po’ di tempo che questo non è più vero. La colpa della gente forse è stata quella di pensare che tutto fosse garantito, che non ci fosse più bisogno di sorvegliare il sistema, di difendere le proprie libertà e i propri diritti”. Questo tipo di governo si mostra rigido nei confronti delle minoranze e a volte, in paesi come l’Ungheria, la Russia o il Venezuela, comporta l’instaurarsi di un regime per molti aspetti dittatoriale, che ha il controllo assoluto sui mezzi di comunicazione.

Ci sono lunghi decenni in cui la storia sembra rallentare fin quasi a fermarsi. Poi ci sono quegli anni brevissimi in cui tutto cambia di colpo. Un sistema di governo ritenuto immutabile sembra sul punto di andare in pezzi. Un momento simile è quello in cui ci troviamo ora”.

C’è una nuova generazione di cittadini che, guardandosi indietro, non dice più ‘oggi sto molto meglio di prima’.

Negli ultimi quindici anni, infatti, le democrazie liberali stanno iniziando a scricchiolare sotto il peso della rabbia, della frustrazione e della delusione dei cittadini, ma soprattutto dei movimenti politici populisti che prima hanno soffiato sul fuoco di questa rabbia e ora la cavalcano. Per poter comprendere fino in fondo il fenomeno si deve tornare, però, a circa trent’anni fa, momento dal quale la gente non ha più avuto l’impressione che il futuro sarebbe stato migliore del passato. “Non c’è stato un momento in cui la gente ha pensato, da un giorno all’altro, che la democrazia non gli potesse più dare risposte, ma c’è una nuova generazione di cittadini che, guardandosi indietro, non dice più ‘oggi sto molto meglio di prima’”. Se guardiamo agli Stati Uniti, dal 1935 al 1960 si è raddoppiato il reddito dell’americano medio, dal 1960 al 1985 ancora, poi è rimasto uguale. In Italia è molto peggio. Yascha Mounk racconta di quando, nei primi anni duemila, è arrivato sul Monte Amiata: “I giovani avevano una gran disperazione, sapevano che non sarebbero arrivati dove avrebbero voluto. Quindici anni dopo hanno avuto ragione: sono rimasti a vivere in piccoli paesini e alcuni di loro non lavorano”.

I populisti hanno ragione nell’analisi della frustrazione popolare”, prosegue,“riescono a fare presa perché l’analisi è corretta, poi però propongono soluzioni troppo semplicistiche”.

Esempio lampante è l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Nei primi dieci minuti di un dibattito con Hillary Clinton, infatti, il tycoon ha affermato che se fosse diventato presidente non avrebbe permesso che una fabbrica lasciasse il Michigan, la Pennsylvania o l’Ohio per andare in Messico o in Cina perché gli americani devono lavorare, non perdere il lavoro. Questi primi dieci minuti li hanno visti 100.000 persone, ma questa frase deve aver convinto migliaia di persone. “A questa risposta Hillary ha reagito con un commento ben più complesso. Ma è bastata una frase semplicissima a far andare questi tre stati, da sempre democratici, ai repubblicani. Quando la gente non si fida della politica è molto più facile che vincano i populisti piuttosto che chi dice cose vere. Si colpisce con una sola frase”.

 


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