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Sinistra. La crisi è globale


È importante tenere in considerazione che Trump è una reazione: la conseguenza di questi nuovi processi è la nascita di un nuovo capitalismo che porta alla disintegrazione del welfare state, del consenso capitalista liberale”.  Queste sono le parole del politologo sloveno Slavoj Žižek che, intervistato dal giornalista del The Guardian Owen Jones, cerca di spiegare la crisi della sinistra statunitense, riflettendo in questo modo su un fenomeno che coinvolge anche l’Europa.

La socialdemocrazia occidentale è infatti sempre più debole, minacciata da nuove forze radicali che si stanno imponendo nel panorama politico. Gli Stati Uniti sono l’esempio più eclatante: “L’evento cruciale di oggi non è la crescita di una nuova destra, perché si tratta solo di un fenomeno secondario. Il fatto centrale è la disintegrazione del centro-sinistra. La battaglia che si sta combattendo negli Usa non è contro Trump, ma contro quello che è successo all’interno del Democratici”. Il partito di Obama è entrato in una profonda crisi dopo la sconfitta di Hillary Clinton ha cominciato a riprendersi, seppur timidamente, solo con le elezioni di midterm lo scorso novembre.

I Democratici devono ora affrontare le primarie, previste per il prossimo anno. “Se si guarda il programma di Bernie Sanders (che però non è iscritto al partito, ndr) e lo si confronta con gli standard storici, il suo orientamento di sinistra è molto più moderato rispetto a quello delle socialdemocrazie di cinquant’anni fa. Se oggi dichiari di essere un socialdemocratico vieni già tacciato di essere un radicale”, prosegue Žižek. L’errore che molti dei sostenitori di Sanders stanno commettendo oggi è credere che il 2020 sia come il 2016. Se all’epoca Sanders rappresentava l’unica valida alternativa a Hillary Clinton, il prossimo anno i candidati saranno molti di più e molto diversi. Tra loro ci sarà Elizabeth Warren, oggi senatrice per lo stato del Massachusetts, che si definisce “profondamente capitalista”.

Gli esponenti della sinistra (se così si può chiamare) statunitense, si trovano ad affrontare le stesse difficoltà dei loro colleghi europei, e soprattutto superare le medesime debolezze. Una su tutte, il non aver colto i cambiamenti del mondo, tralasciando gli ultimi dal punto di vista sociale ed economico: i cosiddetti forgotten men.

Da un certo punto in poi, dopo il ’68, la sinistra ha perso il contatto con la cosiddetta classe lavoratrice, con ‘la gente’”, affema Žižek. Oggi, però, è lo stesso tessuto sociale ad essere cambiato. La classe operaia che rappresentava lo zoccolo duro dell’elettorato di sinistra si è ormai disgregata, e con lei il suo elettorato fedele. A questo si aggiunge un individualismo tipico della nostra epoca, distante dall’idea di progetto collettivo: un fenomeno che pone in seria difficoltà i partiti socialisti, come sostiene il giornalista francese Eric Jozsef.

Dopo il ’68, la sinistra ha perso il contatto con la cosiddetta classe lavoratrice.

In Europa, oltre a tutto questo, si deve tenere in considerazione anche la crisi dei partiti tradizionali, colti impreparati dall’ascesa di queste forze che hanno posto fine il sistema bipolare, attirando sempre più elettori nelle loro fila. In molti casi è un vero e proprio “voto di vendetta” contro l’establishment, come lo definisce lo storico Marco Revelli in un’intervista a Left: “Gli esclusi avvertono che il loro voto non conta più niente, per cui si esprimono con il rifiuto e con l’astensione – che i politologi chiamano exit – oppure, se continuano a star dentro, votano per far male a quelli che a loro parere li hanno traditi”.

Un atteggiamento, questo, che coinvolge tutti gli elettori europei. In Francia, il Parti Socialiste è sprofondato dal 28,6 per cento ottenuto con Francois Hollande nel 2012 al 6,36 per cento di Benoît Hamon nel 2017, e ha spianato la strada a En Marche!, il nuovo movimento centrista dell’attuale presidente Emmanuel Macron. In Germania, invece, i partiti storici SPD (Partito Socialdemocratico) e la CDU (Unione Cristiano-Democratica) hanno subito una dura battuta di arresto alle recenti elezioni dei Länder e hanno assistito all’ascesa del partito di estrema destra Alternative für Deutschland. I veri vincitori, però, sono stati i Verdi, tanto che il giornale tedesco Die Bild ha utilizzato l’espressione “Graune ist das neue Rot” (il verde è il nuovo rosso).

Ma come sono riusciti i populismi di destra a farsi spazio nella “vecchia politica”? Soprattutto grazie alla loro retorica e sfruttando le incertezze e le difficoltà sorte dopo la crisi economica che ha colpito il mondo intero e alla loro capacità di fare proprie le questioni più sentite dai cittadini oggi: la sicurezza, la diversità, la povertà, ma soprattutto l’identità.

Queste nuove formazioni vanno a colmare quel vuoto lasciato dai partiti tradizionali, incapaci di darsi una nuova struttura politica e convinti di poter combattere questi nuovi partiti con la loro presunta superiorità morale. La mancanza di cambiamenti nell’agenda politica, l’assenza di risposte e le promesse non mantenute però, hanno portato gli elettori a scegliere questi nuovi movimenti, voce della pancia del paese.

In Spagna, per esempio, ha destato scalpore il successo di Vox alle elezioni autonomiche di inizio dicembre in Andalusia. La penisola iberica, infatti, sembrava essere immune dall’avvento di questo tipo di estremismo. Vox ha catturato il consenso di molti spagnoli grazie alla semplicità e all’immediatezza del messaggio: la reconquista della Spagna e l’unità del paese. Ha cavalcato l’onda nazionalista che si contrappone con forza alla richiesta di autonomia della Catalogna, e all’immigrazione, riuscendo a porre fine, dopo ventisette anni di egemonia, al governo del Partito Socialista. Per la prima volta dopo la fine del regime franchista, l’estrema destra capitanata da Santiago Abascal è riuscita ad entrare in un parlamento spagnolo.

La sinistra ha semplicemente smesso di porsi domande sulle questioni fondamentali del sistema.

Sempre in Spagna, esiste anche un populismo di sinistra incarnato da Podemos, nato dopo le proteste popolari degli Indignados della primavera del 2011. Podemos però sta facendo i conti con contraddizioni interne che hanno macchiato il suo operato: si tratta infatti di un partito che considera i nuovi estremismi di destra rischiosi per la tenuta della democrazia, ma che allo stesso tempo si è dimostrato vicino ai regimi autoritari di Cuba o del Venezuela. “Io ammiro Podemos, ma loro continuano ad avere questa idea naïve che la soluzione sia ascoltare la gente comune, i suoi problemi e via dicendo”,  spiega Žižek. “Sfortunatamente io non credo nella saggezza delle persone comuni. Si sentono perse. Noi abbiamo bisogno di una teoria più profonda di quello che sta accadendo oggi. Ci manca quella che Friedric Jameson chiamava ‘mappa cognitiva’. Il tempo della teoria è oggi”.

Manca una teoria ma manca anche una visione futura: “La sinistra ragiona ancora in termini di Stato nazionale, in cui si crea ricchezza e la si redistribuisce. Oggi però non è più così: i profitti escono e la sinistra deve dare degli strumenti politici in grado di affrontare le sfide fuori dai confini del paese”, spiega invece Eric Joszef a Internazionale.

Più che la sinistra, che rappresenta una ideologia, ad essere quasi scomparsi sono i partiti stessi. Nel caso italiano, il Partito Democratico è l’emblema di una forza politica in affanno, in cui nemmeno il cambio generazionale è servito.

La sinistra ha semplicemente smesso di porsi domande sulle questioni fondamentali del sistema. Quando ci furono i movimenti Occupy Wall Street, io sono andato lì e ho chiesto alle persone non ‘Cosa vuole la gente?’, ma ‘Cosa vuoi tu?’. Mi hanno dato risposte vaghe come più sicurezza, meno corruzione, senza una visione chiara. Per me avere un’idea significa chiedersi cosa dobbiamo fare con questo capitalismo, come possiamo far fronte al controllo, alla repressione, a questo incredibile potere capitalistico”.

Non ci sarebbe Bernie Sanders senza Donald Trump.

Qui emerge un altro problema, economico, delle socialdemocrazie moderne. Come scrive Bernard Guetta su Internazionale, la decisione degli elettori di votare incarnazioni politiche emergenti è dovuto al fatto che “le formazioni tradizionali non hanno più i mezzi per mediare tra gli interessi dei lavoratori e quelli del capitale, dunque non possono più avere un ruolo importante nella società”. Il capitale diventa quindi un elemento centrale e destabilizzante, tanto da poter cambiare la stessa idea di democrazia.

Non dobbiamo aver paura di dire che abbiamo bisogno di un leader carismatico. Penso che il successo di Corbyn non sia dovuto solo alla sua posizione, ma a quella disgustosa manipolazione, corruzione di tutti gli altri da Tony Blair a Theresa May. Lui semplicemente non rinuncia e non nasconde la sua personalità. Per me Corbyn è senza dubbio un populista, perché il populismo è quella logica di costruzione di nemici a favore di altre persone. Il miracolo del corbynismo è dato anche dal fatto che lui non parla di grandi rivoluzioni ma di misure concrete. Quello che dobbiamo fare oggi non è dire ‘Dobbiamo abolire il capitalismo’, ma essere più modesti (…) Io non lo sostengo, non sono di certo pazzo…Penso sia disgustoso, ma io vedo una funzione positiva in Donald Trump. Lui, dalla parte sbagliata, ha scosso il consenso liberale e ha aperto uno spazio per una sinistra più radicale. In un certo modo penso che non ci sarebbe Bernie Sanders senza Donald Trump”.


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