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Corea del Nord, cosa è andato storto tra Kim e Trump?


Pare che per il momento Donald Trump dovrà rassegnarsi a non ricevere il premio Nobel per la pace. L’incontro diplomatico dello scorso 28 febbraio tra il Presidente degli Stati Uniti e il dittatore della Corea del Nord, Kim Jong-Un ad Hanoi, in Vietnam, non ha infatti portato alla sperata risoluzione dell’intricata questione del programma nucleare nordcoreano.

In tarda mattinata, anzi, il Potus si è presentato a una conferenza stampa convocata in fretta e furia, solo e scuro in volto, annunciando che le trattative con Kim erano state sospese. “A volte è necessario andarsene via e questo era uno di quei casi”, ha commentato laconicamente il Presidente degli USA.

Il fallimento di questo incontro è solo l’ultimo tassello di una vicenda iniziata quasi due anni fa e portata avanti dai due leader in maniera spesso inaspettata e imprevedibile.

Dalla sua elezione nel 2017, Donald Trump aveva stravolto la strategia degli Stati Uniti per contrastare lo sviluppo di un arsenale nucleare in Corea del Nord. Alla linea attendista di Barack Obama aveva infatti preferito un’opposizione molto più netta. Questa strategia era culminata in aperte e dirette minacce di guerra nell’agosto del 2017, quando il Presidente Usa aveva intimato alla Corea del Nord di interrompere i suoi esperimenti nucleari e missilistici se non voleva incorrere in “fuoco e furia come il mondo non ha mai visto”.

Dopo le dure parole di Trump i rapporti tra i due paesi avevano preso una traiettoria su cui pochi avrebbero scommesso. Senza alcun apparente motivo i due leader avevano iniziato un percorso di avvicinamento che li aveva portati ad incontrarsi il 12 giugno 2018 a Singapore (nella foto). Questo storico meeting – il primo tra un presidente americano e un dittatore nordcoreano– aveva sancito un ribaltamento del clima di ostilità fino ad allora esistito tra i due paesi.

Sebbene già quell’incontro non avesse portato a significative svolte nella questione  – Kim non si era impegnato a interrompere il programma nucleare e Trump non aveva sospeso le pesanti sanzioni economiche che gravano sul paese asiatico –  aveva tuttavia lasciato l’impressione che i rapporti si fossero distesi e che si potesse inaugurare una stagione di dialogo. Come segnale di buona volontà, la Corea del Nord aveva interrotto i test missilistici e gli Usa le esercitazioni militari in Corea del Sud, da sempre fonti di grande attrito con il regime di Pyongyang.

L’incontro di Hanoi della settimana scorsa avrebbe quindi dovuto rappresentare un altro passo in avanti, un passo concreto verso la soluzione del problema del nucleare nordcoreano. Così non è stato. Ma cosa è andato storto questa volta?

Come riporta il Guardian, a parere di molti osservatori un esito di questo tipo era scontato. I colloqui di Singapore infatti, pur avendorasserenato i rapporti tra i due paesi, non avevano affrontato nel concreto proprio le due questioni chiave: sanzioni e nucleare. Gli Usa vorrebbero infatti una Corea del Nord senza bomba atomica e senza possibilità di ottenerla. La Corea del Nord vorrebbe la fine delle sanzioni internazionali che strangolano la sua economia e la possibilità di continuare il suo programma nucleare, magari più discretamente di quanto non abbia fatto fino a oggi.

Una divergenza di vedute che appena finita sul tavolo ha portato al collasso delle trattative ad Hanoi. “[I coreani, ndr] volevano la sospensione delle sanzioni nella loro interezza e noi non potevamo farlo. Erano disponibili a denuclearizzare una vasta area (…) ma non potevamo, in cambio di questo, rinunciare a tutte le sanzioni”, ha dichiarato Trump durante la conferenza stampa. Diversa nei termini ma simile nell’esplicitare l’inconciliabilità delle rispettive proproste, la versione fornita dal Ministro degli Esteri coreano Ri Yong Ho: “Quello che abbiamo proposto non è la totale sospensione delle sanzioni, ma una parziale. […] Tuttavia durante l’incontro gli Stati Uniti ci hanno richiesto un ulteriore passo oltre allo smantellamento del sito di Yongbyon e quindi è diventato chiaro che non erano in grado di accettare la nostra proposta”.

Che i negoziati si siano conclusi in un nulla di fatto e senza che sia stato deciso se e quando continueranno non vuol dire che saranno privi di conseguenze.

In primo luogo i colloqui di Hanoi segnano il fallimento del metodo portato avanti da Donald Trump in questo frangente, metodo fatto di rapporti personali tra leader senza l’intermediazione della lenta macchina diplomatica. Il flop dell’incontro dimostra proprio come non ci sia una soluzione rapida per sciogliere rapporti geopolitici esacerbati da anni di ostilità.

A parere di molti osservatori, inoltre, se il fallimento del metodo di Trump non ha portato ad alcun beneficio per gli Usa ne ha portati invece diversi per la Corea del Nord. In particolar modo Pyongyang avrebbe colto l’occasione per uscire dall’isolamento internazionale in cui si trovava da decenni, trattando da pari con gli Stati Uniti, senza alcuna reale rinuncia al proprio programma nucleare.

Oltre a queste considerazioni l’incontro di Hanoi offre ben poche certezze. Nessuno può dire se il clima di cordialità che ha caratterizzato negli ultimi tempi i rapporti tra Usa e Corea del Nord proseguirà o se questi si deterioreranno rapidamente. Un’eventualità che non si può escludere soprattutto se si considera l’imprevedibilità degli attori in campo.


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