Photo by The Climate Group / CC BY-NC-SA

Accordo sul Clima: Michael Bloomberg pagherà per gli Stati Uniti


Mancano ancora due anni, e tutto può succedere, ma ieri l’ex sindaco di New York, il miliardario Michael Bloomberg, potrebbe aver ipotecato la sua candidatura alle presidenziali del 2020. Lo avrebbe fatto con un’intervista a Face the Nation, trasmissione della CBS, nella quale ha confermato che presto staccherà un assegno da 4,5 milioni di dollari, a copertura di quanto manca della quota annuale promessa dagli Stati Uniti in seno all’Accordo di Parigi sul Cambiamento Climatico.

Lo scorso anno Donald Trump ha tirato fuori gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, quello firmato da Barack Obama nel 2015, trasformando gli Usa nell’unica nazione fuori dal trattato. Subito dopo Bloomberg, insieme ad altri politici come Jerry Brown, governatore della California, si è mobilitato per assicurasi che l’America non venisse meno alle promesse fatte: “L’America ha preso un impegno e, se il governo non intende mantenerlo, noi tutti come americani abbiamo una responsabilità. Io posso farlo, quindi manderò un assegno con i soldi che l’America ha promesso”, ha dichiarato alla sua intervistatrice, Margaret Brennan.

Durante l’intervista non era chiaro se il magnate fosse disposto a fare altrettanto il prossimo anno (cosa che invece ha confermato con una press release della Bloomberg Foundation, successiva all’intervista). Non per motivi economici – il suo patrimonio è stimato da Forbes intorno ai 50 miliardi di dollari – ma perché spera che alla fine Trump cambi idea, nonostante sia sempre stato un forte oppositore dell’accordo. “Lo è stato, ma questo non vuol dire che non può ascoltare gli altri e cambiare idea: una persona che non cambia mai idea non è particolarmente intelligente. Dovrebbe cambiare idea e riconoscere che c’è un serio, problema, che l’America è parte del problema e che l’America è una parte importante della soluzione. Noi dobbiamo intervenire e aiutare il mondo a fermare un potenziale disastro”.

Se lo facciamo noi, magari anche altre nazioni lo faranno.

Tuttavia, fa notare Brennan, una delle maggiori critiche rivolte all’accordo di Parigi è che questo non sia vincolante e la maggior parte delle nazioni che hanno firmato non stanno mantenendo i propri impegni. È un particolare che non turba Bloomberg, per il quale “è pericoloso continuare come stiamo facendo. Se tutti facessero la cosa giusta, certo sarebbe meglio, ma se qualcuno o qualche nazione facesse la cosa giusta comunque ne beneficeremo tutti”.

Io non posso parlare per le altre nazioni”, prosegue il businessman. “Se lo facciamo noi, magari anche altre nazioni lo faranno. Se non lo fanno, noi avremo comunque fatto qualcosa per gli americani che respirano quest’aria e che convivono con gli effetti dei cambiamenti climatici, che sono ormai visibili a tutti, misurabili, e molto preoccupanti (…) sarebbe fantastico se tutti aiutassero, ma almeno noi dovremmo fare la nostra parte. Proprio il fatto che altri non la facciano è una ragione in più per farlo”.

Le parole più dure Bloomberg le riserva per Scott Pruitt, attuale presidente dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente statunitense: “È stato assunto per proteggere l’ambiente e ha completamente abbandonato il suo lavoro, dicendo “l’ambiente non ha bisogno di protezione, io proteggerò i posti di lavoro’. Hai diritto alle tue opinioni non ai tuoi fatti. La scienza dice che questo è quello che sta succedendo. Quello di cui si può discutere è se avviene più o meno velocemente, o se ci siano altri fattori da prendere in considerazione”.

Sebbene quello di Bloomberg sia un gesto importante e di grande impatto mediatico, questo impegno da solo forse non basterebbe nel insinuare nella mente degli elettori che possa essere un buon candidato presidente. Più efficace la seconda parte dell’intervista nella quale sottolinea la mancanza di una leadership forte anche in altri ambiti della politica statunitense, a cominciare dal “tenere le armi lontane dalle mani di criminali, minori e persone con i disturbi psichiatrici”.

Abbiamo bisogno di maggiori controlli. La legge dice che devono esserci controlli sugli acquirenti quando le armi vengono vendute nei negozi, lo stesso non avviene con le vendite online e con le fiere, perché quando la legge è stata fatta, queste ancora non esistevano. Basterebbe estendere la legge. Nei 19 stati in cui questo è stato fatto a livello statale, sono diminuiti drasticamente gli omicidi dovuti a armi da fuoco e i suicidi”.

Parlando poi delle proteste studentesche post-Parkland dice “Spero davvero che il fatto che i giovani si siano fatti avanti e abbiano espresso il loro pensiero porti le persone ad ascoltarli. Non vogliono correre rischi mentre sono a scuola e nessuno vuole camminare per strada e rischiare di essere colpito da un proiettile”. E si augura che l’impatto dei movimenti degli studenti sia visibile già alle elezioni di metà mandato del prossimo novembre.

La figura migliore, tuttavia, Bloomberg la fa quando si rifiuta di attaccare personalmente Trump. “È il Presidente degli Stati Uniti e io spero che faccia un buon lavoro”, spiega. “Io non pensavo fosse la scelta migliore”, afferma ricordando il suo supporto a Hillary Clinton, “ma non dovremmo sprecare tempo in attacchi personali quanto usarlo per parlare di scelte politiche”.

Una buona piattaforma politica, non è una ragione sufficiente per eleggere qualcuno.

L’unica frecciata la sferra quando quando Brennan ricorda che uno dei punti di forza della campagna elettorale è stata la dichiarazione da parte di Trump di provenire dal mondo del business. “Viene dal mondo dell’immobiliare, non ha mai gestito un gran numero di persone, non ha guidato grandi organizzazioni”, sottolinea il miliardario dall’alto della sua esperienza. “Il management è come sciare. Non leggi un libro sullo sci e ti lanci su una pista nera. Il management è qualcosa che impari con il tempo, gestendo gruppi sempre più grandi di persone, prendendo decisioni sempre più difficili (…) Questo presidente non ha esperienza nel guidare grandi organizzazioni o nell’affrontare molte delle questioni che si trova ad affrontare”. Trump non è riuscito, spiega il filantropo, a crearsi una squadra, a trovare esperti a cui affidare decisioni in ambiti di cui lui non è competente e a circondarsi di persone in grado di prendere decisioni difficili.

Nell’indicare le qualità che lui vorrebbe vedere in un candidato presidente disegna poi un ritratto di se stesso. “Quando si parla di chi dovrebbe essere il prossimo presidente, è una persona che dovrebbe avere esperienza. Una buona piattaforma politica non è una ragione sufficiente per eleggere qualcuno. Ciò che io voglio è qualcuno con esperienza nel gestire e guidare le persone, perché è un lavoro di management: per il Presidente degli Stati Uniti lavorano quattro milioni di persone”, spiega, mostrando di aver raccolto dati sul lavoro. “Bisogna scegliere qualcuno con le capacità giuste non con le idee politiche giuste, quelle idee politiche non riguarderanno le decisioni che chiunque sarà si troverà ad affrontare durante il mandato”.

Alla domanda di quante siano le probabilità che lui decida di correre per la Casa Bianca, tuttavia, Bloomberg risponde “non molto alte”.

Non molto alte, ma non zero”, sottolinea, sorridendo, Margaret Brennan.


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