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Caporalato: il lato oscuro del cibo a buon mercato


Un barattolo di passata di pomodoro a pochi centesimi sugli scaffali del supermercato non è un affare. È il prezzo dello sfruttamento dei braccianti agricoli. Soprattutto immigrati ma non solo. Un prezzo nascosto, un lato oscuro del cibo che arriva sulle nostre tavole che cerchiamo di non vedere, di dimenticare. Se non se ne parla non esiste. Per fortuna qualcuno ancora ne parla e agisce per constrastare il fenomeno del caporalato che ne è alla base: l’Ong Medici per i Diritti Umani (MEDU).

Il caporalato è lo sfruttamento illegale del lavoro e non riguarda solo l’agricoltura. In Italia riguarda anche l’edilizia, e nell’agricoltura non riguarda solo la raccolta dell’arance o dei pomodori ma anche prodotti di eccellenza”, spiega Alberto Barbieri, medico e il coordinatore generale di MEDU, a Geo, la trasmissione di Rai Tre condotta da Sveva Sagramola.

Ogni italiano dovrebbe andare nella piana di Gioia Tauro e vedere le baraccopoli e le condizioni in cui queste persone vivono.

Nei passati sei anni l’ong ha portato avanti un progetto chiamato Terra Giusta che con una clinica mobile fornisce assistenza sanitaria ai braccianti agricoli, soprattutto immigrati. “Lavoriamo soprattutto in Calabria in questo momento, nella piana di Gioia Tauro, Rosarno, soprattutto nel periodo della raccolta delle arance e dei mandarini che comincerà a novembre e proseguirà fino ad aprile. Lì si trovano soprattutto migranti dell’africa subsahariana, persone che sono richiedenti asilo, richiedenti protezione internazionale e rifugiati, persone che hanno alle spalle rotte migratorie terribili”, racconta Barbieri.

Ogni italiano dovrebbe andare nella piana di Gioia Tauro e vedere le baraccopoli e le condizioni in cui queste persone vivono, condizioni igienico sanitarie spaventose, baracche malsane, insalubri, pericolose, c’è stato un incendio lo scorso inverno una donna è morta nelle fiamme”.

Secondo un rapporto della CGIL del 2016, sono circa 400mila le persone sfruttate attraverso il fenomeno del caporalato. L’80 per cento sono stranieri ma il 20 per cento sono italiani: solo in Puglia si stima che 40mila donne siano vittima del caporalato. “Il caporalato è un ingranaggio in un sistema di sfruttamento che parte dalla raccolta in campo ma arriva sugli scaffali dei supermercati”, prosegue il direttore di MEDU.

Supermercati che, come ha rivelato quest’estate un’inchiesta pubblicata da Internazionale che chiamava in causa Eurospin, spesso mettono in atto meccanismi che favoriscono questo fenomeno, come quello dell’asta a doppio ribasso. “È un sistema per cui c’è una prima asta online, e la seconda asta parte dal prezzario basso della prima”.

Il cittadino ha un potere perché nel momento in cui acquista o non acquista un prodotto fa una scelta.

Si arriva così a prezzi troppo bassi, inferiori al costo di produzione, che rendono palese lo sfruttamento nei campi. Le grandi marche infatti pagano sempre meno le aziende agricole da cui si riforniscono per le materie prime, le quali a loro volta si rivolgono ai caporali per ottenere manodopera da sfruttare. Secondo l’ultimo rapporto di MEDU per esempio, l’80 per cento dei lavoratori nei campi della Calabria sono in nero, lavorano a cottimo o a giornata e vivono in condizioni non sostenibili: insediamenti fatiscenti di legno e lamiere senza acqua, energia elettrica, cibo.

In queste condizioni si può morire facilmente. Si muore di fatica, come è successo nel 2015 prima a Abdullah Muhamed mentre raccoglieva pomodorini in un campo di Nardò e una settimana dopo a Paola Clemente, che lavorava all’acinellatura in un campo dell’Andria. Si muore per colpa di un incendio come Becky Moses; si muore uccisi a colpi di fucile come Sacko Soumayla o per un incidente stradale, come è successo quest’estate a 16 persone in appena tre giorni, sulle strade del foggiano.

Quegli incidenti non sono delle casualità, sono la conseguenza di questo sistema”, sostiene Barbieri. Bisogna dunque fare di più per implementare la legge 199/2016, la legge contro il capolarato. Una legge importante secondo Barbieri perché ha esteso la responsabilità non solo all’intermediario – perché il caporale è l’intermediario tra il datore di lavoro e il bracciante – ma anche al datore di lavoro.

Si deve fare in modo che ci sia un’intermediazione lecita, soprattutto nel sud d’Italia ma non solo, e soprattutto agire sulla filiera”, conclude il medico. “Si deve considerare il caporalato come un ingranaggio all’interno di una filiera che deve essere trasparente. E il cittadino ha un potere perché nel momento in cui acquista o non acquista un prodotto fa una scelta”.

Qui il video dell’intervento di Alberto Barbieri a Geo.


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