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Photo by Gage Skidmore /

Fra nuove sfide e vecchi errori, il giornalismo si guarda allo specchio


Sono tempi duri per il giornalismo. La fiducia dell’opinione pubblica nei media è calata drasticamente e si è resa necessaria una riflessione più profonda sul ruolo del giornalismo e sulle sfide che la contemporaneità lancia ogni giorno. Sicuramente, una delle voci più autorevoli in tal proposito è Margaret Sullivan, media columnist del Washington Post con un passato al New York Times come public editor e un trascorso come giurata del premio Pulitzer. In una conferenza al Shorenstein Center ad Harvard tenutasi lo scorso febbraio, Sullivan affronta diversi temi che vanno dal movimento #MeToo a come sta cambiando il giornalismo nell’era di Donald Trump.

È proprio quest’ultimo l’argomento che dà inizio all’incontro. Quello di un presidente degli Stati Uniti fuori dall’ordinario, che sfrutta i social media, in particolare Twitter, per aggirare il sistema informativo e comunicare direttamente alle persone. Sullivan spiega come i giornalisti stiano lottando nel cercare di inquadrare Trump all’interno del sistema mediale: “È una cosa che non abbiamo mai visto, il modo in cui cerchiamo di coprire questo presidente attraverso un sistema che vorrebbe metterlo all’interno di una normale copertura mediatica non sta funzionando bene vista la natura di Trump. Dovremmo immaginare come potremmo cambiare il sistema per aggiustarci sulla base di quello che lui fa”.

In questo senso, prosegue la giornalista, il sistema mediatico si sta già adattando in qualche modo, orientandosi verso un fact-checking quasi in tempo reale. Una pratica che si è resa più che necessaria visto che “Trump non dice molto la verità”, precisa sorridendo. Un altro aspetto inusuale dell’attuale presidente degli USA è sicuramente il suo modo di comunicare su Twitter. Spesso i suoi tweets vanno ben oltre le dichiarazioni istituzionali e la stampa tende a dare eccessiva copertura ai suoi cinguettii. Margaret Sullivan ammette che i giornalisti sbagliano nel dare così tanta attenzione alle dichiarazioni social del presidente, ma che tuttavia “non si possono ignorare totalmente, poiché i suoi tweets raggiungono tutto il mondo e possono influenzare molti aspetti: dal mercato azionario al causare una guerra”.

Le persone percepiscono i media a cui loro fanno riferimento come buoni e affidabili e, al contrario, come non credibili tutti gli altri media

Il discorso si sposta poi sul come le persone percepiscano i media. A tal proposito la giornalista racconta di quando, l’estate scorsa, si è trasferita alla periferia di New York apposta per poter essere più in contatto con le persone della cosiddetta “middle America”. Racconta di come si aspettasse di trovare un feroce antagonismo rispetto al sistema informativo e invece ha scoperto un’opinione molto più sfumata: “le persone accedono ai canali di informazioni, i più svariati, e percepiscono i media a cui loro fanno riferimento come buoni e affidabili e, al contrario, come non credibili tutti gli altri media”.

La columnist del The Washington Post sostiene che la cosa più preoccupante e scoraggiante, su cui i giornalisti dovrebbero lavorare di più, è il modo in cui le persone reagiscono alle singole notizie: “Prendiamo come esempio la diffusione della nota segreta sul Russiagate. Se tu chiedi a qualcuno che non è un giornalista o non lavora nella politica di spiegarti meglio la vicenda e le varie implicazioni, sicuramente avrà molte difficoltà, ma potrà dirti con certezza da che parte sta, chi supporta. Il modo in cui reagirà sarà puramente partigiano senza che davvero conosca quelle che sono le questioni sottostanti”. Continua la Sullivan: “Recentemente ho sentito diversi americani dire di sentirsi come se stessero guardando una serie tv avendo però perso i primi due o tre episodi. Sembra davvero così e penso che questa sia un area in cui noi giornalisti possiamo fare un lavoro migliore”.

In quanto prima public editor donna del The New York Times e in quanto donna immersa in un contesto lavorativo prevalentemente maschile, Margaret Sullivan ha una particolare sensibilità nei confronti delle tematiche riguardante il genere femminile. Il movimento #MeToo è una di queste. I recenti scandali sessuali che hanno investito il mondo del cinema e della politica hanno portato la questione delle discriminazioni di genere ad un livello di visibilità ancora più alto lanciando nuove sfide anche per quanto riguarda la copertura mediatica di questi avvenimenti: “È una sfida molto impegnativa, dichiara la Sullivan, anche perché diversi casi sono avvenuti all’interno delle redazioni stesse. Come giornalisti cerchiamo di esaminare l’intera materia, da Hollywood alla politica, e ci stiamo occupando anche dei casi all’interno delle nostre redazioni. In tal senso il New York Times ha aperto la strada e così anche il Newyorker. Penso che il lavoro che è stato fatto sia il più importante cambiamento positivo che la nostra società abbia visto”.

La giornalista ricorda di quando è stata nominata executive editor del Buffalo News, nel 2000, quando fra i 100 giornali più diffusi soltanto 13 erano diretti da donne: “penso che adesso sia leggermente meglio e questo ha sicuramente a che fare con il movimento #MeToo. Avere donne in posizione di potere è utile a tutto questo perché le violenze sulle donne nel posto di lavoro sono un qualcosa che riguarda le dinamiche di potere”.

La discussione prosegue arrivando a toccare il tema dei social network. Sullivan sostiene che tali piattaforme siano molto riluttanti “nel vedersi per quello che sono ossia delle media companies. Facebook è l’esempio migliore: le persone filmano le sparatorie su Facebook Live, creano news pubblicandole sulle loro bacheca e Facebook prende delle decisioni editoriali su cosa vada bene e cosa no”.

Alla fine dell’incontro la giornalista lancia l’allarme riguardante la scomparsa dei giornali locali. Puntualizza che è proprio questa la sfida più grande che lil giornalismo deve affrontare oggi: “Molte persone direbbero che il più grande problema del giornalismo è Trump che sta minacciando la libertà di parola, e anche io mi preoccupo di questo, ma il più grande problema è che il modello di business dei quotidiani locali in tutto il paese si sta disintegrando”. Il giornalismo se vuole riacquistare fiducia deve ripartire dal livello locale, “perché tende ad essere più creduto. Puoi incontrare il giornalista al supermercato, tu conosci quelle persone che ti stanno dando le notizie, c’è una sorta di fiducia intrinseca. E in più va detto che per quanto riguarda l’accountability e il giornalismo watchdog, le redazioni locali svolgono un ruolo fondamentale. Tutto questo va sbiadendosi sempre di più e rischiamo di perdere un enorme ricchezza”.


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