Photo by Daniela Minuti / CC BY

Selfie e rappresentazione di sè. La riflessione di Concita De Gregorio


Chi sono io? è il titolo del libro che Concita De Gregorio ha presentato lunedì 22 gennaio alla Scuola Holden di Torino durante una conversazione con Helena Janeczek, scrittrice tedesca naturalizzata italiana, autrice del recente “La ragazza con la Leica”. Il volume è incentrato sul dialogo tra De Gregorio e cinque fotografe che nel loro lavoro hanno dato molto peso all’autorappresentazione: Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni e Moira Ricci.

La giornalista di Repubblica esordisce con una piccola riflessione sul perché la fotografia sia uno strumento che si presta particolarmente all’indagine del sé: Cosa ha in più rispetto alla parola o all’ascolto…la materia di cui la fotografia è fatta è il tempo, cioè la madre di tutte le ossessioni. Chiamami non posso, ho da fare, ecco noi non abbiamo tempo. La fotografia, che si è fatta di luce ma è fatta anche del momento in cui quell’immagine viene scattata, da questo punto di vista tutti possono scattare una foto, ma una grande foto è quella che coglie l’attimo. Il tempo e la luce, quindi l’essenza stessa della nostra vita passa attraverso l’immagine.

Il punto di partenza della ricerca di Concita De Gregorio sono stati i selfie: “Io vivo in una grande città e ormai è impossibile andare da un punto a un altro senza mai entrare nel selfie di qualcuno o abbassarsi per non ostacolare la giraffa con cui si stanno fotografando e la rappresentazione dell’istante sembra essere la certificazione che noi stiamo realmente vivendo”.

Prosegue richiamando un film in concorso a Venezia nel quale si vede la spiaggia di Mondello, in Sicilia, in cui sono state allestite delle cabine con sfondi che riproducono mete turistiche di lusso. Il tutto appositamente per farsi dei selfie. La De Gregorio a questo punto ci tiene a sottolineare come il suo intento sia quello di indagare e non di giudicare: Non si entra in polemica con la realtà. Semplicemente la realtà è così e si deve cercare di capirla”. Proprio da questa considerazione, la giornalista si addentra nel come e quando siano iniziati i suoi interrogativi: Io ho due figli adolescenti che mi hanno spiegato con grande serietà quanto sia importante per loro essere popolari, ossia la reputazione. Ecco da queste poche cose ho iniziato a farmi domande molto semplici: perché se sei a Mondello devi andare a farti un selfie nella cabina fingendo di essere alle Seychelles? Perché così puoi pubblicare la foto che suscita ammirazione, invidia, approvazione, dunque popolarità e che va quindi ad accrescere la tua reputazione.

Tutti, ricorda la giornalista, hanno affrontato il tema della reputazione, in particolare nell’adolescenza, scontrandosi con ciò che gli altri pensano di te che però è differente dall’identità la quale tuttavia si costruisce con la reputazione. Lo sguardo degli altri definisce chi sei. Ma qual è la relazione che si instaura fra noi e gli altri nel caso dei selfie? Io ero giudicata da persone che andavano a costituire la mia reputazione, ma io le vedevo e potevo io stessa giudicarle, in una relazione reale e bilaterale”, spiega. La reputazione dei miei figli è in una relazione con una platea immensa di cui loro non conoscono a pieno le reazioni, i giudizi, sono persone che loro non conoscono”. Questo significa che “se tu devi piacere a persone che non conosci, che strumenti hai? Come fai a sapere che cosa piacerà alle persone? L’unico modo è quello di corrispondere ad un modello medio, dominante e riconosciuto che è la strada semplice per arrivare alla popolarità. Imitando dei canoni esistenti inseguo un consenso che è già costruito ma non ho mai l’obiettivo di suscitare un consenso, capite la differenza?.

La gravità della situazione, nelle parole della giornalista, sta nel fatto che nell’età dell’adolescenza adeguarsi significa abbattere le nostre particolarità che ci contraddistinguono per aderire appunto al canone dominante. Ed è proprio in questo che sta la differenza con l’identità, la quale non prevede omologazione ma esaltazione delle differenze: La supremazia della reputazione sull’identità, soprattutto nell’età formativa è qualcosa che dobbiamo osservare con grandissima attenzione.

A questo punto, spiega la giornalista, ha voluto interrogare le fotografe per poter ulteriormente approfondire la propria ricerca poiché l’autoritratto in fotografia non risponde a queste caratteristiche, riguarda invece l’identità. I grandi autoritratti che io avevo in mente iniziando questo lavoro erano una ricerca di un dolore profondo, di una ferita e quindi il testacoda della macchina fotografica che si volta e guarda. Questo spettacolare testacoda mi ha messo di fronte al tema della differenza che c’è tra vedersi cercando chi sono io e vedersi cercando di piacere agli altri”.

Una delle cose che Concita De Gregorio ha notato è che l’autoritratto in fotografia è prevalentemente femminile. Probabilmente perchè le donne hanno maggiore dimestichezza nel rivolgere lo sguardo verso di sé: C’è una differenza e consiste nell’essere un contenitore di vita e quindi avere una confidenza con la parte interna del proprio corpo”.

Per sottolineare le specificità dell’autoritratto, la giornalista riporta l’esempio di due fotografie contenute nel libro. Nella prima si vede fotografa specchiarsi in un lago, in cui però non vi è nessun riflesso. Nella seconda invece, la fotografa si specchia sempre nello stesso lago che però questa volta riflette l’immagine della donna : L’autoritratto mi dice che prima di guardare il mondo devo guardare me stesso. Se non ti vedi, che cosa puoi vedere? E’ come quando sull’aereo ti dicono che in caso di emergenza prima di mettere la maschera d’ossigeno al tuo vicino mettitela per te, non salverai nessuno se non ti salvi.


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