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Postverità, fake news e libertà di credere a quello che si vuole


Quella in cui viviamo è stata ribattezzata l’era della postverità e si ha la sensazione che ciascuno possa crearsi la propria realtà e narrazione del mondo. Si pensi, ad esempio, allo scambio di battute avvenuto qualche mese fa a Porta a Porta tra l’attuale sottosegretario all’Economia Laura Castelli e l’ex Ministro e direttore esecutivo per l’Italia del Fondo monetario internazionale Pier Carlo Padoan. In quell’occasione Padoan cercava di spiegare gli effetti dell’innalzamento dello spread, mentre Laura Castelli, forte della sua laurea triennale in Economia, continuava a rispondergli, “Questo lo dice lei, questo lo dice lei!”.

Un’obiezione che può anche essere intesa come: “Lei si costruisca la sua verità, che io mi costruisco la mia”. E poco importa se non c’è nulla di vero o di verificabile, l’importante è che soddisfi, come in questo caso, le esigenze emotive degli elettori. Secondo la definizione degli Oxford Dictionaries, infatti, la postverità fa riferimento a quelle “circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti, nel dare forma all’opinione pubblica, degli appelli alle emozioni e alle credenze personali”.

Circostanze queste che spesso sono create ad hoc per influenzare le idee e le convinzioni delle persone a cui ci si rivolge. Si tratta, ad esempio, delle cosiddette fake news. “Non bisogna dimenticarsi che la postverità è utilizzata per manipolare la realtà politica delle persone”, spiega Lee McIntyre, filosofo della Boston University e autore del libro “Post-truth”, in un’intervista rilasciata recentemente allo scrittore Kameel Nasr.

Niente di nuovo, verrebbe da pensare. Tuttavia, seppure l’uso della menzogna come strategia politica è antico almeno quanto l’uomo (“Non mentivano forse i congiurati quando, nascondendo il pugnale sotto la toga, si avvicinavano a Cesare col pretesto di rendergli onore?”, si chiedeva il filosofo francese Jean Luc Nancy nel corso del suo intervento all’edizione 2018 del FestivalFilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo) l’affermazione di Internet e dei social media ha contribuito in modo eccezionale al diffondersi di notizie false, rendendo la post verità un fenomeno peculiare del nostro tempo.

Non bisogna dimenticarsi che la postverità è utilizzata per manipolare la realtà politica delle persone.

È più vera una cosa inesatta ma capace di circolare velocemente nel sistema sanguigno del mondo”, scrive Alessandro Baricco nel suo ultimo libro The Game, “di una cosa esatta che si muove con lentezza”. Così, se prima la stampa e poi la televisione avevano permesso una sempre più rapida e maggiore diffusione di informazioni false, ora l’arrivo dei social media ha prodotto un’estremizzazione del fenomeno. Questa “facilitazione tecnologica del falso”, come la definisce nel suo libro “PostVerità” Anna Maria Lorusso – docente di semiotica dell’Università di Bologna – non è tuttavia l’unico fattore in gioco. Secondo McIntyre, ad esempio, l’affermarsi della postverità dipende anche dall’esistenza di una serie di errori di valutazione che la nostra mente commette in modo sistematico.

Uno di questi è il cosiddetto “bias di conferma” (in inglese confirmation bias): la tendenza a ricercare informazioni che confermano le nostre idee e credenze pre-esistenti. Ad esempio, chi è convinto che la Terra sia piatta istintivamente cerca informazioni dalle fonti che supportano questa tesi. Questo fenomeno è favorito anche dalla natura stessa degli algoritmi dei motori di ricerca e dei social media, i quali tendono a proporre all’utente contenuti sempre tendenzialmente in linea di con le sue preferenze.

Un ulteriore fenomeno psicologico coinvolto, poi, è il cosiddetto “effetto Dunning-Kruger”: la tendenza delle persone meno esperte in un campo a sopravvalutare le proprie abilità, auto-percependosi erroneamente come esperti. “Le persone incompetenti non hanno le capacità per capire di essere incompetenti”, spiega McIntyre.

Insieme, queste due distorsioni cognitive aumentano le probabilità di una persona di restare confinata in un singolo ecosistema informativo (quello che l’attivista ed esperto di Internet Eli Pariser definì filter bubble, in italiano “bolle dei filtri” o “bolle di filtraggio”), esponendosi a sempre meno notizie, opinioni e informazioni che potrebbero contraddire le sue idee.

Un meccanismo che ha contribuito in maniera significativa all’affermarsi, negli ultimi anni, di teorie cospirazioniste e antiscientifiche. Si pensi ai negazionisti del cambiamento climatico, mossi spesso da un generale scetticismo, coltivato attraverso blog, forum e fonti d’informazione alternative, nei confronti della scienza: “La cosa interessante è che queste persone qualche volta usano i fatti, citano la Nasa”, sottolinea McIntyre, “ma si tratta di ‘cherry picking’”. In italiano si tradurrebbe “raccogliendo le ciliegie”, ovvero selezionando solo le evidenze che supportano la propria posizione in un dibattito, ignorando invece quelle sfavorevoli.

Un ruolo importante è giocato anche dai mass media, i quali possono peccare, in alcune occasioni, di un eccesso di obiettività. Ad esempio, quando nel trattare una questione scientifica finiscono per dare lo stesso spazio a un ricercatore che si occupa da anni dell’argomento e a una persona qualunque. McIntyre definisce questo fenomeno bias di obiettività. “I media dovrebbero raccontare la verità e non dare a un bugiardo lo stesso tempo di un esperto”, spiega l’autore di Post-Truth. “Il punto intermedio tra una verità e una bugia è pur sempre una bugia”.

Quella a cui stiamo assistendo è quindi, sostiene il filosofo dell’Università di Torino Maurizio Ferraris, una “liberalizzazione della verità”, dove le preferenze sono più importanti della rilevanza e lo spazio tra la verità oggettiva e quella soggettiva è azzerato. “L’intimità”, sostiene Lorusso, “è diventata parametro di veridicità: più qualcosa attiene al personale, più è autentico e veritiero, e questa ‘privatizzazione’ del reale ha legittimato i saperi quotidiani, banali, pratici”.

I media dovrebbero raccontare la verità e non dare a un bugiardo lo stesso tempo di un esperto.

Non bisogna sorprendersi, quindi, che il sottosegretario all’Economia Laura Castelli si senta in diritto di contraddire – al grido di “Questo lo dice lei, questo lo dice lei!” – una persona oggettivamente più esperta come l’ex Ministro Padoan. O se una madre spaventata crede di poter contraddire un medico sull’efficacia e sicurezza dei vaccini. Anche in ambito salute, infatti, capita sempre più spesso di sentire critiche nei confronti della medicina basata sulle evidenze, vista con sospetto proprio per la tendenza ad anteporre le analisi statistiche alle testimonianze personali di operatori e pazienti.

La tecnologia digitale sta producendo una mutazione antropologica che si manifesta in un nuovo modo di relazionarsi con sé stessi, gli altri e la conoscenza: da un’attitudine scientifica caratterizzata da uno spirito critico comunitario ci si muove sempre di più verso un concetto di verità personalizzata, basata su singoli metodi ed esperienze individuali. Un cambiamento, questo, che il giornalista e direttore di Aggiornamenti Sociali Giacomo Costa non esita a definire epocale, con possibili effetti concreti che impareremo a conoscere solo in questi anni.

La postverità”, scrive, “ci balza agli occhi, ci destabilizza e ci destruttura, ma al tempo stesso ci interpella, anche se non sappiamo ancora bene dove andremo a finire incamminandoci per questa strada”.

Lee McIntyre sarà a Roma il 31 gennaio, in occasione del congresso 4WORDS – Le parole dell’innovazione in sanità. In quell’occasione offrirà una lettura originale del contrasto tra postverità e metodo scientifico: la prima è l’esatto opposto del secondo.


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