Photo by Eirik Solheim / CC BY-SA

Oliviero Toscani: la mia vita da fotografo “moderno”


Già una mi ha chiesto di fare un selfie, quindi cancellata. Questa menata del selfie, cosa significa? Diventi importante perché ti sei fatta la foto con un vecchio come me? Cos’è un trofeo?È il solito Oliviero Toscani, irriverente, provocatore e un po’ giullare, quello che si racconta a Francesco Merlo di Repubblica, durante l’incontro organizzato all’arena di Robinson per il Salone Internazionale del Libro di Torino.

Un ragazzo “fuoriclasse, nel senso che stavo fuori dalla classe” già al liceo, quando preferiva andare al cinema piuttosto che a scuola. Ed è proprio fuori da quella classe che la sua generazione “pre-sessantottina” ha iniziato a ragionare. Il fotografo ci tiene a precisare questo dettaglio che rimarca più volte nel discorso: “Io sono un pre-sessantottino e devo dire che c’è una grande maggioranza di sessantottini che non rispetto”.

Quando passa al racconto dei suoi anni universitari, Toscani ancora non si spiega come sia riuscito a entrare in una delle scuole più selettive d’Europa in ambito artistico: “Visto che non avevo voglia di studiare mi sono detto: provo ad entrare in una scuola difficile, una che, per intenderci, dopo diverse selezioni si rimaneva in sei. Era la Bauhaus praticamente, oggi si chiama Alta scuola di Gestalt dell’arte. Pensate che adesso vogliono darmi la laurea ad honorem, io glielo detto che probabilmente si sono sbagliati (…) Il preside era Johannes Itten e da lì passavano tutti i grandi maestri da Charles Eames a Le Corbusier, il quale tra l’altro era terribile, teneva lezioni piene di insulti. Ad ogni modo, grazie a questa scuola sono ancora in vantaggio rispetto a molti altri colleghi. Ogni grande fotografo che conosco è andato a scuola”.

Toscani ricorda poi una delle esperienze che più ha contribuito a renderlo il fotografo che conosciamo: la vincita di un concorso fotografico indetto dalla Pan American World Airways, che gli ha permesso di cominciare a viaggiare in tutto il mondo. Un viaggio che lo ha fatto crescere professionalmente e personalmente. È dopo questo viaggio, infatti, che iniziano le collaborazioni con giornali di tutto il mondo e le fotografie ai grandi personaggi dello star system internazionale, da Cassius Clay – che il fotografo definisce come il personaggio più interessante che abbia mai conosciuto tanto da mettere il nome Alì alla figlia – a Andy Warhol, a Lou Reed e tanti altri. Viaggiare, tuona, dovrebbe essere un esercizio scolastico. Si dovrebbe tutti partire senza alcun appoggio per scoprire che cosa ci interessa: “Altro che la Bocconi. Anzi, i bocconiani dovrebbero farlo obbligatorio per un anno. Con lo stesso paio di mutande”.

Fare selfie non è sovversivo è integrazione.

Ripercorre poi quelli che son stati i momenti chiave per la sua generazione, l’aria che si respirava e i protagonisti di quell’epoca senza risparmiare una critica alle nuove generazioni: “Si respirava aria di frenesia, di sovversione. Cosa che mi manca oggi con questi selfie, fare selfie non è sovversivo è integrazione. Volete essere integrati voi giovani? Smettetela di essere integrati e tutte le volte che sentite che vogliono fare qualcosa per i giovani, incazzatevi! Non devono fare niente per i giovani, voi dovete fare qualcosa per voi”.

Non si perde nell’amarcord, Toscani, ma ci tiene invece a parlare anche del fotografo moderno che, secondo Toscani, è un insieme di professionalità: “Deve essere scenografo, sceneggiatore, regista e operatore di macchina”. Per spiegarsi meglio, prende a esempio una sua famosa foto, quella della campagna Benetton del 1991 in cui un prete e una suora si baciano: “Devi essere un autore per fare una foto così. C’è un problema che mi intriga, religioso in questo caso. Che cosa faccio? Prendo un prete e una suora e li metto assieme, quindi sceneggiatore. Dove li metto questi due? Voglio purezza, non deve essere volgare. Sfondo bianco. Quindi devo essere scenografo. Poi, devi saper scegliere i tuoi personaggi, questi due sono miei modelli che ho selezionato apposta. Devi essere anche regista per scegliere l’inquadratura giusta, per chiedere ai tuoi modelli una determinata espressione. E devi essere direttore della fotografia, metti bianco su bianco in controluce, quella tonalità deve tendere al grigio per dare un determinato effetto (…) soltanto alla fine, hai il fotografo, l’operatore di macchina”.

Gli aneddoti non mancano in questo racconto di vita. Come quando Toscani si lamenta della “mancanza della pillola che fu inventata troppo in ritardo, facevo dei figli a destra a sinistra, un disastro”. O come quando sollecitato da una battuta di uno spettatore racconta di quando incontrò per la prima volta Flavio Briatore.

Era a New York nel 1983 ed era stato Luciano Benetton a volerglielo far presentare quasi per scherzo, consapevole della tempra del fotografo: “La prima cosa che Briatore mi dice è: ma cosa fotografi ‘sti negri qua? Credi che mi facciano vendere i maglioni ‘ste facce da negri con quegli sguardi tristi che sembrano dei vitelli? E lui ha continuato così finché non gli ho detto ‘se non la smetti di rovescio il tavolo addosso’. Lui a quel punto mi risponde dicendo, ‘Invece di fotografare quei negri lì dovresti fotografare il mio amico Donald Trump’. E io sono andato avanti ad insultare questo imbecille, lui e Trump, finché non gli dico: ‘Guarda il tuo amico Donald Trump fra sei mesi fallirà, è così cretino come te che stai sicuro che fallisce’. Dopo tre mesi ricevo una telefonata proprio da Briatore che mi chiede come facevo a sapere che Trump avrebbe fallito, era fallito per davvero. Da quel momento lui pensa che io sia un mafioso o qualcosa del genere, e ancora adesso ci crede!”.


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