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Benvenuti nell’epoca della paura


È il 4 dicembre del 2016, Edgar Maddison Welch, padre di famiglia della Carolina del Sud, armato di fucile d’assalto AR 15, fa irruzione in una pizzeria di Washington. La pizzeria si chiama Comet Ping Pong e nella testa di Welch è la sede di un traffico clandestino di organi umani, di bambini per la precisione, gestito da Hillary Clinton. A mettere questa idea nella testa di Edgar Welch è stata una serie di fake-news divenute virali su Facebook nelle settimane precedenti, quelle immediatamente prima delle elezioni che hanno visto la Clinton perdere la presidenza a favore di Donal Trump.

Sembra una storia assurda, ma è solo un esempio di come, negli ultimi anni, strategie comunicative basate sul terrore siano state utilizzate per influenzare l’opinione pubblica a livello politico, economico e sociale. “Oggi, appena apri un qualsiasi quotidiano, trovi che la paura è la parola d’ordine”, spiega lo scrittore fiorentino Stefano Massini, intervistato da Antonio Gnoli in occasione dell’evento la “Repubblica delle Idee”.

Paure politiche, ad esempio. “Ogni campagna elettorale si basa non tanto sull’affermazione di un argomento”, sottolinea l’autore della Lehman Trilogy, “quanto sulla costruzione di un nemico”. O paure di natura economica, di tutte quelle spade di Damocle che ondeggiano costantemente sopra le nostre teste: l’innalzamento dello spread, il crollo della borsa, il default. Ma anche preoccupazioni riguardanti il corpo. Paura di ingrassare, paura di invecchiare. “Siamo entrati in una sorta di condanna collettiva del corpo anziano femminile”, dice Massini.

Appena apri un qualsiasi quotidiano, trovi che la paura è la parola d’ordine.

Secondo lo scrittore, ci sono quattro manifestazioni della paura che ben rappresentano alcuni cambiamenti politici e sociali in corso nei paesi occidentali: la claustrofobia, l’agorafobia, l’ofidiofobia e l’aracnofobia.

La nostra civiltà, spiega, avrebbe sofferto per molto tempo della paura degli spazi chiusi: “Il sentirsi in trappola, ossessionati da tabù, da divieti, da proibizioni… La sensazione stessa dei confini”. Tuttavia, dopo aver lottato contro questa claustrofobia, dopo aver abbattuto i muri e lottato contro gli estremismi, “in brevissimo tempo siamo diventati malati di agorafobia: ci sembra che non ci sia più un confine, non ci sia più un’identità. Lo spazio della multiculturalità ci ha disorientato, facendoci ripiegare su noi stessi: se alla fine degli anni ottanta i genitori volevano che i loro figli studiassero inglese, oggi sperano che qualcuno insegni loro la letteratura friulana, veneta, sarda.

L’ofidiofobia – la fobia dei serpenti – viene invece tirata in causa dallo scrittore per ricordare quanto la nostra gestione delle emozioni sia in buona parte istintuale. Alla vista di un serpente (o di un qualsiasi stimolo fobico), infatti, il sistema nervoso parasimpatico reagisce fornendo automaticamente un maggiore afflusso di sangue agli arti: è il corpo che dice “fuggi o combatti”. Questo, spiega Massini, anche se i serpenti non sono più un pericolo per buona parte della specie umana.

Infine l’araconofobia – la paura dei ragni – a simboleggiare il timore che proviamo per ciò che deve ancora succedere, quella che Freud chiamerebbe angoscia. Perché i ragni costruiscono ragnatele invisibili, trappole mortali in cui le prede cadono senza commettere errori. “Questo è ciò che manda fuori [di testa] l’essere umano: poter finire una trappola a prescindere dal proprio senso critico”. Ne risulta, ad esempio, un sistema culturale in cui si tende ad assolutizzare la prevenzione: “Come se sottoponendosi a tutti gli screening possibili tu avessi la certezza di non ammalarti mai”, sottolinea lo scrittore. “Non è così”.

C’è più politica in una fiction di successo che nel discorso di un politico.

Ritornando all’impiego della paura come strategia di comunicazione politica, quindi, Agnoli si domanda: è possibile porre un freno a questa tendenza? Secondo Massini per farlo sarebbe prima di tutto fondamentale rendersi conto che viviamo nell’ “epoca della comunicazione”, in cui una persona che ha una paura – ad esempio, per una sua personale esperienza traumatica – può riuscire a a farla provare anche agli altri.

È quindi fondamentale prestare attenzione agli stimoli che si trasmettono alla popolazione: “C’è più politica in una fiction di successo che nel discorso di un politico, perché quella arriva più diretta. Fare buona televisione sarebbe già un modo di arginare certe tendenze”.

Molto spesso, infatti, la paura è soprattutto una questione di ignoranza e di chiusura mentale. “Se cerchi di capire le cose, di studiarle, di vederle, probabilmente sarai una persona forte. Se chiudi gli occhi e fingi di non vedere, sarai una vittima”.

Qui tutta l’intervista.


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