Leonardo, Steve Jobs e un piccolo dettaglio in comune


Diversi come personalità e separati da 500 anni di storia, Leonardo da Vinci e Steve Jobs avevano tuttavia una caratteristica in comune: il genio creativo. A dirlo è Walter Isaacson, scrittore e giornalista statunitense, ospite al Wired Next Fest di Milano, dedicato al tema delle contaminazioni.

Autore di innumerevoli biografie, da quelle appunto di Leonardo e Steve Jobs, ad Albert Einstein e Benjamin Franklin, il giornalista di New Orleans ha parlato di innovazione e creatività. Per Isaacson creatività è dove si incontrano arte e scienza e tutti i geni della storia sono le persone che si sono trovate o si trovano proprio nell’intersezione tra questi due piani. “Pensate a Leonardo. Era un’artista ma faceva anche scienza, anatomia, matematica e architettura. Quando ha dipinto la Monna Lisa, una delle sue opere più brillanti, ha dissezionato il volto umano. Conosceva perfettamente tutti i muscoli e i nervi che toccano le labbra umane”.

Per coniugare questi piani però, c’è bisogno di tempo. Le intuizioni, infatti, necessitano di lunghi periodi di studio, di riflessione, di lavoro. Quando Leonardo stava lavorando all’Ultima Cena, c’erano giorni in cui arrivava, dava una pennellata e se ne andava, scatenando la rabbia di Ludovico Sforza, all’epoca duca di Milano, che lo incitava a sbrigarsi. “Leonardo diceva che a volte i grandi artisti lavorano molto di più quando sembra non stiano facendo assolutamente nulla. Quando stanno ancora riflettendo. Perché solo così arrivano le intuizioni”, rivela Isaacson. Lo stesso è accaduto ad Albert Einstein, che ha studiato per anni prima di avere il salto creativo che l’ha portato a esporre la Teoria della Relatività.Leonardo ci ha dimostrato il valore del rallentare, del procrastinare. Dobbiamo fermarci. Spegnere i nostri telefoni, permettere alla nostra intuizione di uscire”.

I grandi artisti lavorano molto di più quando sembra non stiano facendo assolutamente nulla.

Come Leonardo, anche Steve Jobs era un artista. Anche lui dava valore alla bellezza delle sue creazioni in ogni minimo dettaglio, in ogni sua parte, anche quella meno visibile. Quando il cofondatore di Apple ha realizzato il suo primo Macintosh, nel 1983, ne amava le curve della forma, amava come ogni pixel generasse colori e icone, amava le calligrafie e i diversi stili.

Come racconta Isaacson, Jobs amava la bellezza del Mac. Ma poco prima di venderlo, guardando la scheda madre, che contiene i circuiti elettronici del computer, disse: “Questo fa schifo! È proprio brutto”. E quando il team di ingegneri gli hanno fatto notare che si trattava di una parte che nessuno avrebbe mai visto, se non qualche riparatore, Jobs si è fermato a raccontare un episodio che gli è capitato da piccolo, quando aveva sette-otto anni. Suo padre gli stava insegnando a costruire una recinzione. Gli disse che avrebbe dovuto fare il retro bello come il fronte, perché anche se nessuno se ne sarebbe accorto, lui in cuor suo sapeva che l’altra parte non era così bella come quella che tutti vedevano. Per questo hanno lavorato qualche mese in più fino a far diventare bella anche la scheda madre.

Non solo. Una volta finita anche la fase di design, Jobs ha radunato tutti i suoi ingegneri e gli ha fatto firmare un pezzo di carta. Le loro firme sarebbero state incise all’interno di ogni computer, anche se nessuno l’avrebbe mai visto e saputo. “I veri artisti firmano le loro opere”, avrebbe detto in quell’occasione Steve Jobs.

Le prossime innovazioni non verranno dalle tecnologie digitali, ma dalle cosiddette life sciences.

Nel mondo digitale è più facile fare innovazione”, prosegue Isaacson. “Puoi lavorare nel tuo dormitorio al college o nel tuo garage. È così che abbiamo avuto le grandi innovazioni nell’era dei social media. È più difficile innovare in quello che è lo spazio fisico, piuttosto che in quello digitale. Ci vogliono più investimenti, ci sono più regole, più normative sulla sicurezza. Tuttavia, io penso che le prossime innovazioni non verranno dalle tecnologie digitali, piuttosto dalle cosiddette life sciences o dai settori come l’energia e i trasporti”.

Per Isaacson in Italia c’è terreno fertile per queste innovazioni perché è il luogo dove l’ingegneria, le scienze, le arti vanno insieme, di pari passo. È un luogo in cui c’è un forte senso di bellezza legato al design. Esattamente come è avvenuto all’inizio del Rinascimento.

L’ex presidente di CNN e caporedattore del Time ha parlato anche dei media oggi e della perdita di credibilità e fiducia che stanno affrontando in questi ultimi anni. “Quando dirigevo CNN c’era un solo grande network di informazione nel mondo. Adesso siamo in un’era in cui, invece di avere grandi compagnie di informazione ognuno può fondare un proprio giornale, un sito, un blog, un podcast. Invece di avere un’ampia base di lettori o ascoltatori, si va verso un’audience ristretta, appassionata. Fox News, per esempio, non ha una grande audience ma ha un 5 per cento di telespettatori veramente appassionati. Questo porta inevitabilmente a un giornalismo emotivo, controverso, come qualsiasi altro social media, come Facebook”.

I media”, proesgue Isaacson,“stanno diventando più democratici. C’è più scelta, ma c’è anche meno fiducia e coesione. Le tecnologie ci stanno dividendo. Dobbiamo tornare a un sistema in cui le persone possano avere delle notizie verificate, di cui possano fidarsi”.


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