La storia di un calcio non dato


Le donne no, per carità… si sposano, fanno dei figli e non combinano niente”: così inizia il racconto di Giosetta Fioroni del suo incontro con un collezionista nella galleria milanese di Cardazzo. È la storia che apre il trailer del documentario Pop Sentimentale, a lei dedicato, di Gabriele Raimondi, presentato quest’anno alla Festa del Cinema di Roma. Il lavoro, prodotto da 3D Produzioni per Sky Arte, presentato da Piero Mascitti e realizzato con la collaborazione dell’Istituto Luce, ripercorre la vita di questa artista di risonanza internazionale. Giosetta, infatti, ha esposto e lavorato intensamente a Roma, Mosca, Parigi, nella campagna veneta e Milano, dove le è stata recentemente dedicata una grande retrospettiva al Museo del ‘900.

Carlo Cardazzo aveva preparato per un collezionista di Milano una serie di quadri tutti di persone giovani; erano tutti uomini, meno io sola, che ero una donna”, racconta Giosetta. “Arrivò questo collezionista e disse: «prendo questo, questo, questo (…), adesso girameli tutti per favore che voglio vedere chi sono… Ma scusami questa si chiama G-i-o-s-e-t-t-a? Questa è una donna? … Ma io non compro quadri di donne, le donne no, perché le donne poi si sposano, fanno dei figli…». Io ero lì sopra e ho sentito, stavo per scenderle e dargli un calcio in faccia…”. Non lo fece, restò sul soppalco. “Li capii che terribile pregiudizio c’era da superare in questo mestiere che io volevo fare a tutti i costi (…) nessuno mi avrebbe fermato”.

Il racconto si apre con un’esperienza, per fortuna l’unica, non troppo positiva sull’essere donna e artista. “Da quel momento, però io sono un pittore”, dichiara l’artista. “Pittrice non mi suona bene, mi suona un po’ come puttana. Pittrice no, non lo uso più”.

Giosetta Fioroni è romana, nasce in una famiglia di artisti – il padre Mario è scultore e la madre Francesca dipinge ed è marionettista -, illustratrice e autrice di libri, si è mossa in decenni di carriera tra disegni, dipinti, collage, sculture, performance (una tra tutte 2002 “Senex. Ritratto d’artista” realizzata insieme all’amico fotografo Marco Delogu: 24 foto montate su light boxes, esposte nell’Ala Mazzoniana della Stazione Termini di Roma) sempre con risultati eccellenti.

È l’ultima esponente di quella che è stata definita la scuola di Piazza del Popolo. Quella di Festa, Angeli, Schifano, Lo Savio, Uncini, Mauri. Lei è l’unica donna del gruppo che ha rappresentato la risposta italiana al movimento della Pop Art e con alcuni di loro parteciperà alla Biennale di Venezia del 1964.

Eppure se la pop Art americana poggia la sua poetica sulla sottrazione del sentimento, su immagini totalitarie, simboli che stanno a rappresentare il vero, lei, Giosetta, ha una poetica, seppure di sottrazione, guidata da un sentimento narrativo capace di penetrare l’umanità, comprenderla profondamente e raccontarla. La sua è una rappresentazione, uno spettacolo con cui entrare in confidenza, stringere un rapporto affettivo, di sentimento e ricordo.

Associata spesso ad Andy Warhol, lei stessa spiega come la forza della sua poetica sia in realtà il sentimento; non necessariamente popolare, aggiungiamo noi, sempre scevro da sentimentalismi.
In un periodo di vivo femminismo, ero interessata agli sguardi, alle atmosfere legate alla femminilità”, così racconta in un’intervista rilasciata qualche anno fa ad Art Tribune, prima di commentare la sua “stagione degli argenti” e le influenze, lontane da Warhol, che hanno ispirato il suo lavoro. Le suggestioni arrivano dalla fotografia e dal cinema, dalle pellicole in bianco e nero di Stroheim e Vigo, dalle avanguardia francesi, sono rielaborate attraverso un lavoro certosino, in equilibrio tra grazia e radicalità, cicli di sperimentazione continua e di contaminazione tra materiali e tecniche diverse.

Pittrice non mi suona bene, mi suona un po’ come puttana. Pittrice no, non lo uso più.

La sua è una poetica fatta di tanti ingredienti, dal sentimento alla memoria, che mette in dialogo ontogenesi e filogenesi, storia personale e storia dell’umanità, attualità e passato, quello della sua infanzia, fiabesco, anche nelle atmosfere della fiaba popolare classica, permeata di quella paura con la quale tanto i bambini avrebbero bisogno di confrontarsi ancora oggi.

Per i fortunati che sono riusciti ad vedere la mostra milanese Viaggio sentimentale di Giosetta Fioroni (qui la cartella stampa) due sale sono state emblematiche per comprendere questo concetti. La prima è “Piccoli cimiteri del meraviglioso”, la sala che racconta gli anni dal 1971 al 1980, il periodo di vita con Goffredo Parise a Salgareda, nella campagna veneta. Ci si trovano racconti di paesaggi fatti di manifestazioni di vita quotidiana, piccole magie domestiche fatte di fiaba, elfi, persone e i loro oggetti. E i quadri dedicati alla fiaba, pescando dalla tradizione di Vladimir Propp.

Poi c’è la sala de “I mostri” che ha presentato l’Atlante di medicina legale serie del 1975. In questi lavori Giosetta guarda in faccia e “mette in scena” la devianza, identità di genere, stereotipi e mostri, quelli del suo terrore e quelli del terrore del periodo nazista: cartelle di orchi, sprovveduti, pazzi, figura che si sono procurate la morte con pratiche di autoerotismo, feticismo e omicidio.

La sua storia, l’incipit di questo documentario, il suo cammino d’artista radicato nella sostanza dell’essere donna poggiato sulla tonalità emotiva dell’infanzia, arrivano dritto in faccia, come uno schiaffo. A me hanno riportato ad un mattino di autunno di qualche anno fa. Era il 2015 e mia figlia, che aveva allora nove anni, chiamò il fratello in cameretta e tutta risoluta gli disse: “Oggi mi vesto come un maschio. Aiutami a capire se questa felpa, questo pantalone, queste scarpe mi fanno sembrare abbastanza maschio. Anzi, prestami anche il tuo cappello”. Il fratello, poco più che decenne, si è prodigato in seri consigli, di fronte a tanta assertività.

Al mio tentativo di capire cosa muovesse questo improvviso cambiamento di look, la risposta di mia figlia è stata serafica, risoluta:“ieri la maestra ha fatto un discorso terribile: «sono stanca di vedere voi bambine, sempre a vezzeggiarvi ed arrotolarvi i capelli, invece di alzare la mano e scalpitare per rispondere alla mie domande; dovete fare come i ragazzi, essere più partecipi, scalpitare, accendere il cervello».
E tu, amore cosa hai detto?”, le ho chiesto. “Niente. Sono solo arrabbiatissima. Io non mi arrotolo i capelli, alzo sempre la mano, seguo sempre con attenzione. Io non sono femmina come lei ci ha descritto. Sono arrabbiata. Quindi da oggi in poi mi vesto da maschio”, mi ha risposto. E poi girandosi verso il fratello: “Quindi così sono abbastanza maschio?”.

Ha tenuto il punto 3 giorni, prima di tornare nei suoi panni che mi auguro continui a vestire mentre cerca la sua strada, al di là del suo genere, della sua estrazione sociale, della religione o meno che deciderà di professare, del posto del mondo in cui deciderà di vivere. Magari con la stessa determinazione di Giosetta Fioroni.

La storia di Giosetta è una storia di libertà, di sogni che si avverano, di arte che qui è raccontata con dovizia di particolari.


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