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Giovanni Allevi, il mio inno allo squilibrio


Potrebbe trarre in inganno il titolo, “L’equilibrio della lucertola”. Nel suo libro, infatti, Giovanni Allevi, pur attraverso rigorosa riflessione filosofica sull’equilibrio, virtù amata anche da Aristotele, arriva a celebrarne l’esatto opposto. Ad affermare anzi che “per essere felici bisogna perdere l’equilibrio e quando perdiamo l’equilibrio e perdiamo noi stessi, in realtà ci stiamo rigenerando”.

Bisogna dunque imparare a perderlo, l’equilibrio. A lasciarsi cadere. Questa è la lezione che ha appreso Allevi nel percorso che ha portato alla stesura del libro (in circa una ventina di giorni) e a quella del suo ultimo album, appunto, Equilibrium (in circa quattro anni). Un percorso che il compositore ha raccontato a Luca De Biase e al pubblico del Festival della Comunicazione di Camogli lo scorso 8 settembre.

Tutto nasce, spiega Allevi, dall’essersi reso conto di aver perso l’equilibrio fisico, nel senso di non essere più in grado di allacciarsi una scarpa posando il peso solo su un piede. A questa consapevolezza segue quella che non è solo l’equilibrio fisico a essere scomparso, ma quello di tutti i vari ambiti della sua vita.

Avevo perso l’equilibrio in tutte le sfere della mia esistenza, nel rapporto sonno-veglia, nell’alimentazione, l’equilibrio nelle relazioni, l’equilibrio anche nella musica (…) A quel punto ho preso una decisione, sono andato in un’isola dell’Atlantico per provare a vedere se fosse possibile restare in una sfera di totale isolamento e distacco dal mondo per ritrovare l’equilibrio e per fare degli esercizi. La mia idea era quella di ripartire da un equilibrio fisico, quindi del corpo, e magari chi lo sa, riassestando quello si sarebbe messo a posto tutto il mio equilibrio nelle altre sfere”.

Dunque parte Allevi, e in qualche modo scompare, liberandosi degli stimoli continui della vita moderna: niente Internet, niente obblighi sociali, niente beghe quotidiane, voci, parole, richieste. Un lusso, a dire il vero, che non è concesso a tutti quelli che si sentono squilibrati, senza direzione, costantemente in bilico fra due mondi, fra il volere, il potere e il dovere. Il lusso di liberarsi della pesantezza del vivere di Milan Kundera, quello scandito dagli obblighi sociali.

In quella piccola isola invece, la vita del compositore è scandita da momenti precisi: gli esercizi di equilibrio al mattino, prima di colazione, da cui scaturiscono molte delle riflessioni riportate poi nel libro; l’ora di corsa tra l’una e le due; la spesa, sempre uguale sempre nello stesso posto.

Per essere felici bisogna perdere l’equilibrio e quando perdiamo l’equilibrio e perdiamo noi stessi, in realtà ci stiamo rigenerando.

Se gli esercizi sono fonte di ispirazione e di intuizione, è però la corsa il momento in cui queste intuizioni si trasformano in riflessioni e in rivelazioni. Ad aiutarlo in questa fase è un animale guida, la lucertola del titolo, che egli incontra lungo il perimetro della corsa. Un rettile, categoria di animali longevi e saggi per eccellenza, un animale poi legato a un ricordo d’infanzia del pianista.

Una volta, un po’ sarà perché ero stanco un po’ perchè ero annebbiato dalla corsa, un po’ perchè faceva troppo caldo, ho iniziato a immaginare che questa lucertola si fermasse con me a parlare. Inizio dunque una serie di dialoghi con la lucertola con la quale affronto delle questioni che per me sono fondamentali (…) Ecco questo è un po’ il senso del libro, ossia con la lucertola affronto dei temi che poi sono a me cari e la lucertola mi da delle risposte che paradossalmente io da solo non sarei in grado di darmi..non so come sia possibile però è così”.

L’equilibrio infatti è uno solo dei temi che Allevi affronta nel libro e nella conversazione con De Biase. Il cuore del dialogo, quello con il giornalista e quello con la lucertola, è rappresentato da tutti i “mali” della vita moderna. È una visione un po’ semplicistica, forse, ma Allevi riesce a dire parole che molti, in quest’epoca di esposizione costante, di confronto, di costruzione dell’identità solo attraverso il riconoscimento altrui, hanno formulato almeno una volta nella loro testa. “È un po’ quell’insieme di confronti che tu fai continuamente e che noi, tutti, facciamo continuamente e ci rendono infelici perché impauriti, perché invidiosi, perché preoccupati di non essere all’altezza o di perdere quello che siamo”.

Quello che ci fa perdere l’equilibrio è proprio il peso di queste preoccupazioni. Il peso del mondo di cui parla anche Italo Calvino nella prima delle sue “Lezioni Americane”, quella dedicata alla Leggerezza: “In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita”.

La rivelazione di Allevi è che per non cadere, da un cornicione, come nei sogni del compositore, o dalla bicicletta della vita, ci si dovrebbe liberare di questo peso. Quella di Calvino è che da questo fardello può nascere la leggerezza: “La pesantezza della pietra può essere rovesciata nel suo contrario”: dalla testa pietrificante di Medusa nasce Pegaso, il cavallo alato.

Sembrano conclusioni distanti e contrastanti tra loro. Tuttavia, con parole diverse che parlano anche a pubblici e a epoche diverse, i due sembrano arrivare alla conclusione che la leggerezza, nel caso di Calvino, e lo squilibrio (quello sano, creativo), nel caso di Allevi, sono premeditati, frutto di una scelta consapevole. Per usare le parole dello scrittore de L’Avana: “La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso”.


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