Gabriele Salvatores, nei miei film il figlio che non ho avuto


Non ha avuto figli nella vita Gabriele Salvatores ma da un po’, parole sue, ne starebbe allevando uno cinematografico. Così ha dichiarato in un’intervista ai microfoni di Avvenire in occasione del recente Ischia Film Festival, dove ha ricevuto un premio alla carriera.

È dai tempi di ‘Io non ho paura’ che spesso come protagonista dei miei film c’è un ragazzino. Adesso sta crescendo: anche nel prossimo ci sarà un ragazzo al centro della storia, di 18 anni”.

Un ragazzo è anche il protagonista della coppia di film che hanno aperto la XVI edizione della kermesse, in onore del riconoscimento alla carriera: “Il ragazzo Invisibile” e “Il ragazzo invisibile – Seconda generazione”. Un’esperienza, quella legata a questa storia, che il regista definisce molto importante.

È un tentativo di ricreare un genere che qui in Italia non è molto frequentato: il cinema dedicato a quello che gli americani chiamano il pubblico ‘young adult”. Si tratta di quei film che uniscono generazioni diverse, che permettono a padri e figli –  o meglio giovani adolescenti e meno giovani – di godere dello stesso film. “In Italia non ce l’avevamo”, prosegue Salvatores, “Ci abbiamo provato e devo dire che i risultati sono stati buoni, speriamo di aver aperto una piccola crepa nell’immaginario dei nostri ragazzi”.

Adesso sono costretto a rimanerci sulla strada

Un ragazzo sarà il protagonista anche del suo prossimo film. Un ragazzo ormai cresciuto, di 18 anni, che parte con i genitori naturali e il padre adottivo – interpretati da Valeria Golino, Claudio Santamaria e Diego Abatantuono – per un viaggio on the road tra Italia, Slovenia e Croazia. Un tema, questo del viaggio, che ha segnato la carriera del regista italiano, soprattutto con alcuni dei primi film, Marrakesh Express (1989) e Turnè (1990), come ricorda lui stesso.

È un film che cerca di mischiare una specie di pensieri anche importanti con anche delle situazione divertenti e con il viaggio, che per me è comunque una cosa che rimane nel mio Dna”, commenta Salvatores. “Forse ho letto troppe volte On the road di Jack Kerouac e ho ascoltato troppe volte la canzone dei Canned Heat, On the road again. Adesso sono costretto a rimanerci sulla strada”.


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