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Photo by Andrea di Vavalsone / CC BY-ND

“I nostri occhi sul campo”, l’indispensabile lavoro dei fotoreporter di guerra


22 febbraio 2012: Marie Colvin, reporter di guerra e inviata del Sunday Times, muore sotto i bombardamenti durante l’assedio di Homs in Siria. A perdere la vita insieme a lei, il fotografo francese Remi Ochlik. A rimanere ferito, ma vivo, è il fotoreporter Paul Conroy. Sette anni dopo quel giorno, Paul Conroy non riesce a non chiedersi se e quanto sia “ancora importante il loro lavoro”. Nell’epoca del citizen journalism e dei social media, in cui l’immediatezza e la velocità sembrano essere le uniche due caratteristiche rilevanti di una notizia, la sua risposta è incontrovertibilmente “sì”.

“Che cosa è davvero una guerra?”. Il Festival del Giornalismo di Perugia sceglie di chiederlo proprio a Paul Conroy e Nicole Tung, due dei più stimati fotogiornalisti di guerra degli ultimi anni. A moderare l’incontro Marta Serafini, del Corriere della Sera.

Lavorare con Marie era come sfogliare una cipolla”, ricorda Conroy, ripercorrendo il metodo con cui procedeva il lavoro giornalistico della Colvin sul campo (raccontato anche nel film del 2018 “A private war”). La reporter toglieva sempre un primo strato di informazioni, per poi proseguire oltre, e arrivare a un livello differente di profondità. “Era enorme la quantità di dettagli che Marie attraversava prima di buttare giù una singola parola”. Continuava a togliere strati per arrivare quanto più vicino possibile alla verità: l’esatto contrario della rapidità dei social network.

Non c’è un’alternativa all’essere presenti lì dove accadono le cose.

Anche per Nicole Tung, 33 anni, fotogiornalista nata e cresciuta a Hong Kong, quello del fotoreporter di guerra è un lavoro insostituibile. “Non c’è un’alternativa all’essere presenti lì dove accadono le cose”, sottolinea. “Non solo essere testimoni, ma anche documentare le situazioni man mano che si sviluppano, per quanto futile possa sembrare, perché a un certo punto noi guarderemo indietro e diremo ‘noi sapevamo quello che stava succedendo e abbiamo le prove fotografiche’”.

E non si tratta di “dare voce” alle persone, ci tiene a precisare, una voce quelle persone ce l’hanno già, il problema è nel cercare di farle sentire. La guerra è un soggetto enorme da coprire dal punto di vista giornalistico: gli aspetti militari, quelli politici, e quelli umani. Un fotogiornalista deve prendere tutto questo e condensarlo dentro una storia.

Come fotogiornalisti il nostro lavoro è quello di creare ponti, empatia e comprensione fra le persone ritratte nella foto e persone che quella foto la stanno guardando”. L’obiettivo? Impedire al lettore di voltare pagina e scordarsi di quello che ha letto o visto qualche secondo prima. Un lettore che in quel momento sta seduto al tavolo della sua cucina, con la sua tazza di cornflakes, il caffè e il succo d’arancia e a cui devi far arrivare la consapevolezza che: “Lì fuori sta accadendo questo”.

Per farlo devi scattare foto a persone probabilmente in quello che è il momento peggiore della loro vita, cercando di fare il tuo lavoro nel miglior modo possibile, gestendo la paura, rispettando quel dolore.

E se è facile cadere nello stereotipo di considerare un contesto di guerra più pericoloso per una donna rispetto a un uomo, la testimonianza di Nicole Tung ribalta la questione. I territori in cui Nicol ha lavorato (Mosul, Raqqa, Bagus) sono territori molto patriarcali, in cui uomini e donne non possono “mischiarsi”. Ai suoi colleghi maschi semplicemente alcuni posti erano inaccessibili: entrando in una casa di civili, lei poteva passare dalla cucina (dove vivono le donne) al salotto (dove si riuniscono gli uomini) senza limitazioni di accesso. Al contrario, è come se gli uomini potessero raccontare solo metà della storia.

Ad accomunare uomini e donne è invece il post-traumatic stress disorders: incredibilmente, uno dei momenti in cui Nicole e Paul lasciano affiorare un sorriso sulle loro labbra è proprio quello in cui raccontano la loro esperienza con questo tipo di dissociazione inevitabile del tornare a una vita normale dopo aver vissuto una guerra (consapevoli anche del fatto che probabilmente “normale” non sarà più).

Ancora una volta però, Nicole ci ricorda che “il 55 per cento dei giornalisti viene ferito o ucciso in Paesi in cui non è in corso una guerra”, richiamando l’attenzione sulla necessità di non considerare mai il lavoro di chi ci consente di “conoscere” scontato, comodo o conveniente.

Guarda qui il video con gli interventi di Paul Conroy e Nicole Tung.


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