Photo by Stefano Corso - FPA srl / CC BY-NC

L’altro non è altro che me stesso allo specchio


Il nostro sguardo è limitato. Se lei mi fa vedere tutto il mondo, io il mondo non lo vedo più, vedo una gran confusione. Ma non vedo perché lo guardo. Un conto è vedere, un altro è guardare. Vedere significa impiegare tutti i nostri sensi. Noi non guardiamo i quadri dei grandi artisti, bisogna vederli, entrarci dentro non solo con gli occhi ma con tutto noi stessi. E allora come facciamo a vedere tutto?”.

Standing ovation per Andrea Camilleri, ospite domenica scorsa da Fabio Fazio a Che tempo che fa, per presentare “Conversazione su Tiresia”, il suo nuovo film nelle sale il 5, 6 e 7 novembre. Al centro del film, così come del libro che uscirà a marzo, c’è proprio Tiresia, l’indovino cieco della mitologia greca. A novantadue anni compiuti, lo scorso 11 giugno ha portato il suo spettacolo anche al teatro greco di Siracusa, andando in scena davanti a quattromila persone. E alla domanda di Fazio se fosse soddisfatto di come è andata, risponde divertito con “6+”.

Tiresia è un personaggio eterno, lo troviamo già con Omero nell’Odissea e arriva fino ai nostri giorni con Virginia Woolf o T. S. Eliot. Tutta la letteratura mondiale si è occupata di questo personaggio e per questo l’ho sentito anche io come mio contemporaneo”, racconta.

Da quando io non ci vedo più, vedo le cose assai più chiaramente.

Le vicende dell’indovino si intrecciano con quelle di Camilleri ed è proprio questo che lo ha spinto a parlarne. Tiresia, infatti, malgrado la cecità, non vede solo il presente, ma anche il futuro, e lo scrittore siciliano sostiene di vedere le cose molto più chiaramente da quando è cieco. “Jorge Luis Borges racconta che tutti noi siamo teatro. Siamo gli attori e il pubblico, siamo il copione e le scene. Siamo ciò che sentiamo e ciò che diciamo. E se questo è vero per la gente sana è ancor più vero per i privi di vista. Devo dirvi, e non vi sembri un paradosso, che da quando io non ci vedo più, vedo le cose assai più chiaramente”.

Andrea Camilleri ha commentato anche la situazione politica attuale, sottoscrivendo alla lettera le parole pronunciate qualche giorno fa dalla senatrice a vita Liliana Segre, che ha presentato un disegno di legge per combattere la diffusione dell’odio fuori e dentro Internet.Purtroppo sento, non ho bisogno di vedere in faccia chi pronuncia certe parole. In questo momento è una fortuna essere ciechi, non vedere alcune facce ributtanti che seminano odio, che seminano vento e raccoglieranno tempesta. Stiamo perdendo la misura, il peso, il valore delle parole. Le parole sono pietre, possono trasformarsi in pallottole, bisogna pesare ogni parola che si dice e soprattutto far cessare questo vento dell’odio che è veramente atroce, lo si sente palpabile intorno a noi. Ma perché l’altro è diverso da me? L’altro non è altro che me stesso allo specchio”.

Un clima di odio, di paura del diverso, che spesso culmina in episodi di violenza. L’ultimo appena pochi giorni fa, il 27 ottobre, quando un uomo armato ha fatto irruzione nella Sinagoga di Pittsburgh, in Pennsylvania, uccidendo 11 persone e gridando “ebrei dovete morire”. A proposito di quest’episodio Camilleri commenta: “Ma ci si rende conto a che livelli ci abbassiamo quando non solo diciamo certe cose, ma le pensiamo. Peggio degli animali. Stiamo educando una gioventù all’odio perché abbiamo perso il senso dei valori. Tanto è vero che noi non ebrei siamo riusciti a sopravvivere all’olocausto. Perché era una tale vergogna morale, che dopo non potevamo più sentirci e dirsi uomini”.

Ma perché l’altro è diverso da me? L’altro non è altro che me stesso allo specchio.

Furono proprio le discriminazioni razziali nei confronti degli ebrei a produrre una crepa nella sua fede fascista, nel 1938. Nel suo ultimo libro “Ora dimmi di te, lettera a Matilda“, Andrea Camilleri scrive infatti che a scuola gli raccontavano ogni giorno dell’intelligenza del Duce e della sua voglia di fare grande l’Italia: per questo “era inevitabile che a dieci anni fossi un fervente fascista”. È un libro in cui ripercorre una vita intera, raccontando i momenti che l’hanno reso l’uomo che è oggi, indirizzato a Matilda, la pronipotina che si intrufola a giocare sotto al tavolo mentre lui scrive, perché non vuole che siano altri a raccontarle di lui.

Mentre stavo a scuola un mio compagno, che si chiamava Ernesto Pera, alla fine delle lezioni venne a salutarmi. «Da domani non ci vedremo più,» mi disse, «non posso frequentare questa scuola.» Siccome era figlio di ferroviere, gli chiesi se il padre fosse stato trasferito. «No,» rispose lui, «non posso più frequentare questa scuola perché sono ebreo.» E perché un ebreo non poteva più frequentare la mia stessa scuola? Tornando a casa all’ora di pranzo domandai spiegazioni a papà, che divenne subito rosso in faccia e con voce alterata affermò: «Tu non devi credere a queste sciocchezze sugli ebrei; gli ebrei non hanno nulla di diverso da noi, sono esattamente come noi. Questa storia della razza è una cosa inventata da Hitler. E Mussolini non ha voluto essere da meno di lui. Ma non credere a ciò che diranno. Siamo tutti uguali.» Ecco, a novantadue anni devo dire che non finirò mai di essere grato a mio padre per quelle sue parole”.

Tiresia, dopo essere diventato cieco, ha ricevuto dagli dei il dono della profezia. Ma qual è quella di Camilleri? “Sono combattuto. Certe volte si dice che hai un cuore d’asino, altre di leone. Certe volte prevale il cuore di leone, certe volte prevale quello d’asino. Io faccio tutto il possibile perché non voglio morire con l’umor nero del tramonto, come diceva Alfieri. Non voglio avere il pessimismo, voglio morire con la speranza che i miei figli, i miei nipoti, i miei pronipoti, vivano in un mondo di pace. Bisogna che tutti si impegnino perché il futuro ce l’hanno loro, non siamo più noi ad avere in mano il loro futuro. Spero molto nelle generazioni giovani, non disilludetemi”.

Qui l’intervento di Andrea Camilleri a Che tempo che fa.


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