Abbiamo perso tutto: dal paradiso a un inferno di fiamme


Abbiamo perso tutto”, queste le parole di Nick Reed, abitante di Paradise, California, luogo semi-idilliaco, come ben descritto dal nome, che in una settimana di fiamme si è trasformato in un deserto di cenere. “Sapevo che era tutto perduto”, racconta mentre percorre in macchina quello che una volta era il suo quartiere, “ma hai sempre una speranza fino a quando non lo vedi con i tuoi occhi”.

Quello che è stato ribattezzato Camp Fire è ora l’incendio più letale della California. Cominciato l’8 novembre, stesso giorno in cui sono scoppiati altri due incendi nel sud dello Stato, in otto giorni ha divorato più di 140mila acri, circa quattro volte l’area di San Francisco. Ha distrutto
quasi 12mila strutture di cui poco meno di 10mila case, un centinaio di abitazioni multifamiliari e 300 esercizi commerciali. L’intera città di Paradise, 26mila persone, non esiste più. Al momento si contano 63 morti, 631 dispersi e 52mila persone evacuate (qui uno splendido e terribile reportage fotografico del San Francisco Chronicle e qui invece il loro progetto multimediale di monitoraggio degli incendi nello stato).

Gli incendi in California, come i terremoti, sono una costante per gli abitanti. Fanno parte della vita quotidiana. Negli ultimi anni però si sono fatti più frequenti, non limitati solo alla fine del periodo estivo al nord e in questo periodo al sud. “Normalmente, in questo periodo dell’anno, quando scoppiava un incendio nel Sud della California, potevamo contare sull’aiuto dei nostri colleghi del nord, perché a questo punto loro stanno già sperimentando forti piogge o addirittura neve”, racconta il Capo del Los Angeles County Fire, Daryl Osby.

Questa nuova anormalità proseguirà senz’altro per i prossimi 10, 15 o 20 anni.

Il cambiamento climatico sta però cambiando questa routine. E come sta accadendo per gli uragani anche gli incendi si stanno facendo più frequenti, più intensi e più letali. Le altissime temperature estive e i prolungati periodi di siccità che da qualche anno tormentano lo stato della California creano le condizioni ideali per incendi molto intensi e molto estesi. Lo scorso luglio è stato il più caldo mai registrato in California.

Come ha spiegato il California Environmental Protection Agency in un rapporto dello scorso maggio si osserva da decenni un trend di aumento sia delle temperature medie (nel sud della California sono aumentate di tre gradi negli ultimi cento anni) e del numero di giorni e notti calde. Anni di siccità e temperature record lasciano i 33milioni di acri di foresta della california estremamente secchi e vulnerabili a scintille da fuochi umani o da cavi elettrici, come quelle che hanno scatenato il Camp Fire la settimana scorsa.

A rendere questi incendi più letali non è solo l’intensità, che ne rende complicato il contenimento, ma anche la crescente espansione urbana in zone ad alto rischio: sempre più spesso quartieri residenziali e intere cittadine, come Paradise sorgono in aree esposte al rischio di incendi. Il Time riporta uno studio di Verisk che mostra come il 15 per cento delle abitazioni in california, circa due milioni di case, si trovano in zone a rischio alto o molto alto, mentre il 12 per cento sono in aree a rischio moderatamente alto.

Secondo il quarto California’s Climate Change Assessment, pubblicato lo scorso agosto,  se le emissioni di gas serra continueranno a crescere, entro il 2100 la California vedrà proseguire l’innalzarsi delle temperature e un aumento del 77 per cento delle aree distrutte dal fuoco e uno del 50 per cento della frequenza degli incendi, che ormai potranno scoppiare in qualsiasi stagionre dell’anno.

Questo non è la nuova normalità”, ha tuonato Jerry Brown, governatore della California, “Questa è la nuova anormalità. E questa nuova anormalità proseguirà senz’altro per i prossimi 10, 15 o 20 anni”.


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